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Johnnie To: storia di un regista cultIl regista hongkonghese si racconta al Far East Film Festival di Udinedi Diego Baratto Al Far East Film Festival di Udine per presentare l’uscita italiana del suo Vendicami, Johnnie To ha ricordato l’approdo in televisione, negli anni ’70, presso lo Studio Shaw, dopo aver cercato lavoro come poliziotto e tecnico telefonico. In quel periodo ha ricevuto addirittura un’offerta per diventare calciatore. Ironico nello specificare, che la precoce entrata nel mondo del lavoro era dovuta a studi non proprio brillanti, ha raccontato la sua formazione professionale da principio come factotum, fino a diventare assistente di regia. Alla domanda “cosa cerca in un progetto futuro?” ha risposto alla Kurosawa: “Solo ora comincio a capirne qualcosa di cinema. Mi sembra più interessante di un tempo perché ora ne comprendo le tecniche di realizzazione.” E’ arrivato poi, il momento dell’Italia e del Far East Film. Il regista ha sottolineato il grande seguito che il suo cinema ha avuto in Europa, molto più apprezzato che a Hong Kong, ed ha ribadito le differenze tra il clima sereno ed “amichevole” di un festival come quello di Udine, rispetto a Cannes, in cui la tensione e la mondanità talvolta lo mettono a disagio, seppur molto orgoglioso di parteciparvi. Proseguendo, il cineasta ha parlato dei problemi del mercato cinese, che predilige troppo le pellicole di facile incasso, a scapito di quelle di maggior caratura artistica, eccessivamente compromesse dalla censura. Ha perciò elogiato il mercato occidentale, a suo dire, più sviluppato e aperto agli autori con ambizioni sperimentali. I film occidentali che più ha gradito di recente, sono stati Inglourious Basterds e No Country for Old Men, perché ha ritrovato lo stesso respiro epico dei film western che guardava da ragazzo, primi fra tutti quelli di Sam Peckinpah. Quando ha elencato i suoi “mentori virtuali”, oltre all’autore americano, è spuntato anche il nome di Akira Kurosawa. Alla provocazione inerente il rifiuto di Alain Delon per il ruolo principale di Vengeance, ha risposto semplicemente che ignora i motivi di questa scelta inaspettata, soprattutto dopo un incontro avvenuto qualche anno fa a Parigi, dove l’attore francese, fresco della visione di Election, manifestava il desiderio di lavorare con lui. Svelati anche i retroscena del remake di Le cercle rouge (I senza nome) di Melville, progetto abortito a causa di stravolgimenti di sceneggiatura da parte della produzione e continui contrasti per la scelta delle location (gli europei volevano Parigi o Londra, To invece preferiva Hong Kong oppure Macao). Il discorso si è fatto “più caldo”, non appena entrati nello specifico del suo modo di fare cinema. Il punto di partenza è la materia narrativa, e non l’estetica. Le sue scelte espressive nascono dalle esigenze del racconto, e dalla sensibilità con cui affronta la storia. Prendendo ad esempio la sparatoria nella foresta di Vengeance, ha spiegato che il ritmo alternato fra stasi e frenesia, specchia la sua personalità, il suo modo di percepire il pericolo e l’agitazione. Foto a cura di Romina Greggio Copyright © NonSoloCinema.com - Romina Greggio
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