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Karlovy Vary 2010. Premi e bilancioBella edizione. Molti bei film in un’atmosfera amichevole e gioviale. Il cinema ceco si difende benedi Massimo Tria La quarantacinquesima edizione del festival internazionale di Karlovy Vary, qui in mezzo alle fresche foreste boeme, si è conclusa con la vittoria di un bizzarro film catalano, La mosquitera (ovvero la zanzariera). Sarebbe ormai scorretto dire che è un film spagnolo (lo è solo in merito alla rappresentanza nazionale), perché il regista, gli attori e la lingua sono appunto catalani, meglio sottolinearlo. Una famiglia piena di impacci e di sensi di colpa si distingue per varie idiosincrasie e strane relazioni interne: il figlio taciturno riversa tutto il suo amore sugli animali abbandonati, forse incapace di amare gli esseri umani, padre e madre hanno anch’essi i loro bei problemi relazionali, e poi ci si mette pure una nonna che ha l’Alzheimer e non parla. Curiosità non secondaria: la nonna è interpretata da Geraldine Chaplin, che non si è trovata lì per caso. La nipote di tanto nonno ha infatti dichiarato che quella del regista Agustí Vila è stata una delle tre migliori sceneggiature mai lette. La Chaplin non è nuova a collaborazioni con autori iberici, ma qui la sua stessa presenza muta, in un film a tratti grottesco e spiazzante, fa effettivamente venire in mente gli inizi senza parole del grande Charlie. Ad ogni modo il regista ha definito questo, che è il suo terzo lavoro, come “una commedia sull’impossibilità della tragedia”. Comunque, è proprio l’anno degli iberici vincitori. En passant ricordiamo che fra i membri più rilevanti della composita giuria spiccavano il regista sud-coreano Lee Chang-dong, autore del notevolissimo Oasis, visto a Venezia qualche anno fa, o la Mirjana Karanović attrice di Kusturica per Papà è in viaggio d’affari e Underground, o ancora uno dei pochi registi cechi che negli ultimi anni ha visto un suo film circolare (molto meritatamente) nelle sale italiane, il Bohdan Sláma di Una cosa chiamata felicità. Questa Giuria non ha dimenticato i padroni di casa, assegnando il Premio Speciale alla favola carina con pupazzi di Jan Svěrák, Il ritorno di Kuky, mentre un brillante e movimentato film di Rajko Grlić ha fruttato al suo buon autore il Premio per la Regia: Grlić è uno dei registi della ex-Jugoslavia che ha studiato nella famosa scuola di cinema praghese della FAMU, ed ha ringraziato dunque in ceco il pubblico, quasi che questo suo Neka ostane medju nama (Che rimanga fra noi) fosse segno di affetto e di debito morale con il paese che lo ospitò giovane studente. In una Zagabria contemporanea e immersa nel business faccendiero Miki Manojlović (lo ricorderete anch’esso attore degli stessi film di Kusturica di cui sopra) tradisce a tutto spiano la sua mogliettina, per poi ricevere dal fratello una sorta di nemesi sessuale, quando questi sostituirà il suo sperma nella provetta dell’inseminazione in vitro… Un tourbillon mai noioso di girotondi di affetti e di letti, fra Schnitzler e la sfacciataggine irriverente di Ferreri, diremmo. Da recuperare. Anche se non premiati, ricordiamo in blocco i bei film cechi che circolavano nelle varie sezioni e che ci hanno favorevolmente sorpreso: Tre stagioni all’inferno di Tomáš Mašín, la commedia sui tristi anni Settanta Zemský ráj to na pohled (Un paradiso per gli occhi), di Irena Pavlásková, che nel titolo cita l’inno nazionale ceco e delinea la maturazione di una ragazza nei duri anni del regime; o ancora Zoufalci (Disperati), che pur non impegnato e scanzonato piace per la verve con cui narra le disavventure di un gruppetto di provinciali che cercano fortuna a Praga e poi, delusi, in mezzo alla natura. La debuttante Jitka Rudolfová promette bene, anche perché la sua maestra è l’icona della nouvelle vague cecoslovacca, Věra Chytilová. Ai due giovani polacchi Mateusz Kościukiewicz e Filip Garbacz, irrequieti protagonisti di Madre Teresa dei gatti, è andato un insolito e coraggioso premio alla migliore interpretazione maschile. Soprattutto il primo dei due sembra la copia spiccicata di Di Caprio da giovane, e forse anche solo per questa caratteristica, che il suo piglio attoriale sembra sfruttare coscientemente, egli ha davanti una carriera promettente. Il regista e il film di per sé non hanno invece suscitato grandi entusiasmi alla proiezione per i giornalisti: quello di Paweł Sala è infatti un tour de force narrativo in verità un po’ fastidioso e autocompiaciuto, in cui la storia è narrata a ritroso, dalla cattura degli assassini fino a risalire ai motivi scatenanti il delitto. Ad una prima visione l’impressione è che se anche avesse montato le sequenze in ordine cronologico l’ordine degli addendi non sarebbe cambiato più di tanto… Se l’attrice di maggior impatto è stata valutata Anaïs Demoustier del francese L’enfance du mal, a me sembrano più interessanti e coraggiose le due menzioni speciali, per i film più impegnati e scomodi del parterre in concorso: Drugoje něbo (Un altro cielo), del georgiano Dmitrij Mamulja (anche premio della Giuria Ecumenica) e Chiz-haie hast keh nemidani (Ci sono cose che non sai), dell’iraniano Fardin Saheb Zamani. Nel primo padre e figlio vanno nella tentacolare Mosca partendo dall’arretrato Uzbekistan per ritrovare la madre che non ne poteva più di quella vita da pastori. Tutti dovranno fare i conti con un mondo di lavoro minorile e sfruttamento che forse neanche Dickens poteva immaginare nella sua Londra vittima dell’industrializzazione. Il debuttante iraniano invece ci propone una sorta di Taxi Driver per le vie di Teheran, purtroppo però con un attore qualche milione di volte meno espressivo di De Niro… Interessante comunque il suo affresco di una Teheran poco conosciuta e ben poco neorealista. Per concludere con il concorso, cito una curiosità tipicamente cinefila (che infatti si è portata a casa il premio FIPRESCI dei critici): Hitler in Hollywood, del belga Frédéric Sojcher, ricostruzione un po’ bislacca e grottesca che può piacere per certi suoi vezzi godardiani e per quella sua aria programmatica antiamericana che fa tanto nouvelle vague fuori tempo massimo: Maria de Medeiros ci conduce nei meandri della storia del cinema, immaginando la ricerca di un ipotetico documento sugli incontri del capo nazista con i produttori californiani, il tutto sulla falsariga di ricordi e vecchi film di antiche star europee. C’est “bizarre”! Al signorotto del cinema russo Nikita Michalkov e a un grande ceco del passato, Juraj Herz (attivo fin dagli anni Sessanta), i Globi di Cristallo alla carriera. Purtroppo non mi è stato possibile vedere Il sole ingannatore 2, che il buon Nikita ha portato qui per una proiezione speciale, e che promette interessanti sviluppi in senso… ultranazionalista e patriottico, ma sarà per un’altra volta. Visto che neanche questa volta il bel festival ceco si è fatto scappare l’opportunità di far innamorare un paio di star americane delle bellezze del posto, non dimentichiamo allora almeno Jude Law, ospite speciale e titolare appunto di un Premio speciale, ma soprattutto non dimentichiamo (e io mai dimenticherò) la bella lezione di Thelma Schoonmaker, la montatrice di Scorsese, che in stile molto easy e friendly ha spiegato come ha messo insieme il combattimento di Robert De Niro in Toro Scatenato. Anche questo può succedere qui nel cuore dell’Europa. Arrivederci a presto, Karlsbad!
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