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Karlovy Vary 2010, ovvero senza prendersi troppo sul serioInizia la 45a edizione del festival un tempo cecoslovacco, ora ceco, anzi europeo, anzi mondiale…di Massimo Tria DAL NOSTRO INVIATO - Per due anni ho dovuto rinunciare al mio festival preferito, quello di Karlovy Vary. Nonostante la cortesia squisita degli organizzatori (che parlano un ottimo italiano e conoscono benissimo la nostra cultura), per due volte di fila qualche impegno dell’ultimo momento mi ha impedito di venire in questo bellissimo angolo della Repubblica Ceca, non molto distante dalle frontiere tedesche: ma più che gli specifici limiti geografici nazionali ciò che è più importante è che qui si respira soprattutto aria d’Europa. Siamo al centro del nostro continente, i vicini tedeschi e i turisti russi con buone disponibilità finanziarie sciamano indisturbati in questa cittadina termale dal glorioso passato culturale. Per non ripetermi non citerò di nuovo i grandi rappresentanti del pensiero, della musica e dell’arte che sono passati di qui a prendere le acque, quello che ci interessa ora è quali esponenti della settima arte vengono qui oggi, in una stupenda e modernissima riattualizzazione di un luogo di incontro e di intermediazione internazionale. Essendo mancato qualche anno, vengo a trovare come novità, e come tale menziono, appunto un elemento che trovo simbolico dell’atteggiamento che lo staff del festival assume coscientemente di fronte al proprio compito: siamo in un paese relativamente piccolo, pochi nel mondo capiscono la lingua abbastanza difficile dei cechi, e i turisti della domenica conoscono al massimo Praga, supponendo che tutta lì si limiti la grazia e la proposta culturale di questo bel paese di undici milioni di abitanti. Consci della relativa ignoranza storica degli europei riguardo al centro della propria Europa, gli organizzatori hanno puntato su alcune calibrate e non chiassose presenze di star americane, che in effetti negli ultimi dieci anni sono ormai diventate presenze assidue di questo luglio mitteleuropeo, e hanno diffuso oltre oceano, senza eccezioni di sorta, la fama dell’ottima qualità del festival e di quanto valga la pena venire a farci un salto. A questo punto qualcun altro (per esempio, in Italia?...) si sarebbe autocelebrato, avrebbe fatto proclami incensanti i successi delle accorte public relations e dei progressi politici che hanno trasformato Karlovy Vary da vetrina di triti film di partito dell’epoca sovietica a frizzante kermesse invasa dai giovani e da stelle come De Niro, Malkovich o Sharon Stone. In Italia, appunto. Qui invece, la tipica ironia ceca cosa ti fa? Cosa ti estrae dal cilindro della creatività equilibrata da un solido senso realistico? Dei deliziosi cortometraggi (in effetti si tratta piuttosto di trailer di più o meno un minuto) che aprono ogni singola proiezione. In essi le stelle hollywoodiane che sono venute qui a prendere i premi per il “Lifetime Achievement”, ovvero i riconoscimenti alla carriera, sono impegnati in gustosi siparietti nei quali fanno un utilizzo ben poco prestigioso del bel premio ritirato qui in Europa. Della statuetta che rappresenta un globo sostenuto da una bella figura femminile slanciata Danny De Vito si serve per sbatacchiare un telefono che ha deciso di svegliarlo troppo presto, mentre Andy Garcia con l’aiuto della suddetta statuetta scassina la casa di un amico che lo ha lasciato fuori dal portone di ritorno dall’Europa. Ma forse la dimostrazione più geniale di autoironia e di consapevolezza dei rapporti reali esistenti fra eco internazionale e sociopolitica la offre la scenetta in cui un annoiato John Malkovich torna dal festival con il premio in bella vista: un taxista indiano a New York gli chiede per cosa lo abbia ottenuto, e risulta un po’ deluso alla risposta che è in fondo solo un premio “alla carriera”. L’attore si inalbera, quasi che (e qui sta il disvelamento comico e distaccato del gioco) il premio alla carriera fosse il segno della sua fine, o solo un contentino dato ad imbolsite star del jet set per costringerle a presenziare sul palco di qualche nascosto angolino europeo. Cosa vuol significare questo approccio autoriflessivo e sfacciatamente ludico sul ruolo delle star e sui reali rapporti di forza operanti nel mondo di celluloide? Che comunque sia, il festival non si vergogna di ciò che è, un punto di contatto sereno e tranquillo fra America e Vecchio Continente, una piattaforma di scambio lontana dalle idiosincrasie di Cannes e Venezia, o dalla offerta di sale impressionante ma disumana di Berlino. Che il festival di Karlovy Vary, a differenza di altre manifestazioni non troppo a misura d’uomo, conosce bene il suo posto, i suoi limiti, ma dunque di conseguenza può accentuare i molti lati positivi. Anzi, rende del tutto evidente, senza falsi moralismi, la base di una manifestazione ben riuscita: se vuoi che la gente venga a vedere quanto è bello il tuo paese, se vuoi dare la possibilità che qualcuno, dopo un autografo da De Niro, si perda nella sala dove proiettano un bellissimo film serbo o slovacco, se vuoi (diciamolo apertamente, perché alla fine è di economia che si tratta) portare investimenti e far nascere progetti, anche cinematografici, è inutile autorelegarsi in nicchie da cinefili accaniti. Insomma, al cinema non serve una retrospettiva di film sperimentali di tre ore sottotitolati in ungherese, al cinema (non solo alla sua industria, ma anche alla sua arte) serve che la gente si incontri e sia messa in grado di comunicare le sue idee sulla visione e sui modi di raccontarla. È qui a Karlovy Vary che sono “nati” DiCaprio (che nel 1994 venne accompagnato dai nonni) e Gael García Bernal, è qui che accanto a una retrospettiva dedicata all’est Europa (“Ad est dell’Ovest”) si può incontrare Thelma Schoonmaker che ti spiega come ha montato i combattimenti sul ring di Toro scatenato (è quello che è successo due giorni fa); è qui che dopo una piacevole passeggiata fra i colonnati termali e immersi in una bellissima natura boscosa, puoi incontrare per un drink gli autori che stanno (subito dopo i francesi) all’origine del cinema moderno europeo, i registi della “nuova ondata” cecoslovacca degli anni Sessanta. È qui che il cinema alto sposa l’apertura totale e più completa ai giovani (i famosi e rumorosi “saccoapelisti” o “zainisti” che qui accorrono rumorosi da tutta la repubblica). Quest’anno poi nel dettaglio fra un omaggio al critico Michel Ciment e uno alla coppia Powell e Pressburger, particolarmente interessante è la sezione “Odissea musicale” in cui alcune pellicole promettono di gettare uno sguardo illuminante sul potere anticonformista della musica (ad esempio una storia del rock polacco che combatte contro il regime stalinista…), mentre forse solo per gli esperti (purtroppo non è noto come merita) è la sezione dedicata al più grande e genialoide documentarista ceco, Karel Vachek, che fin dall’epoca della Primavera di Praga del 1968 propone uno sguardo caustico e trasversale sulla storia ceca ed europea. Da qualche anno a questa parte poi qui si può vedere il meglio del cinema italiano, a dimostrazione della non casuale liaison che lega lo staff al nostro paese: qui qualche anno fa girava l’ancora sconosciuto Giorgio Diritti (anche quest’anno presente per presentare il suo L’uomo che verrà), qui quest’anno in una delle Giurie più importanti sta la nostra buona Susanna Nicchiarelli, rivelazione veneziana con il suo Cosmonauta. Nelle varie e numerose sezioni poi fanno capolino L’uomo nero di Rubini, La doppia ora di Capotondi e Le quattro volte di Sammartino, oltre al paradocumentario premiato a Berlino e Torino La bocca del lupo del giovane Pietro Marcello. Insomma, non temete, a “rappresentare” il cinema italiano qui non verrà mai Ezio Greggio… Qui della nostra arte ne capiscono forse più di noi.
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