VEDI ANCHE |
|||||||||||||||||||||||||
Karlovy Vary 2011: Globo di Cristallo a "Il restauratore"Tutti i premidi Massimo Tria La 46esima edizione del festival ceco di Karlovy Vary si chiude con un palmares che ci sentiamo di sottoscrivere quasi in pieno. A parte il premio un po’ generoso e ispirato dai buoni sentimenti andato allo slovacco Lo zingaro per il resto la Giuria ha, a nostro parere, evidenziato dei contributi artistici di sicura qualità. Nulla purtroppo a Il gioiellino di Molaioli, italiano in concorso quest’anno.
Iniziamo con l’incontrovertibile vincitore del Gran Premio, che si porta a casa il Globo di Cristallo 2011, ovvero il concorrente israeliano Il restauratore di Joseph Madmony. Subito dopo la visione la sensazione era stata di essere davanti ad un tentativo intenso e riuscito di fotografare un uomo in lotta per i suoi principi. Principi non necessariamente condivisibili o moderni, ma comunque ammirevoli: il vecchio artigiano Jakov Fidelman combatte per conservare l’arte e lo spirito della sua bottega di restauro, contro l’indifferenza montante delle nuove generazioni di sciacalli, ivi compreso il figlio. Ricorda un po’ in parallelo il passaggio dall’arma bianca alla polvere da sparo de Il mestiere delle armi. Solo che qui l’arma bianca vince… Meno convincente risulta invece l’omaggio alla cinematografia locale tributato con l’assegnazione del premio speciale alla coproduzione ceco-slovacca di Martin Sulik. Il suo Zingaro rimane sospeso nel suo volontarismo un po’ preconfezionato fra la pubblicità progresso ed il documentario con finalità (per carità, encomiabili) anti razziste. Ma si può e si deve fare di più, soprattutto alla casella della sceneggiatura e del punto di vista autoriale (Sulik infatti è di solito più personale e convincente). Anche la commedia riceve la sua fetta di gloria, grazie al Premio alla Regia andato al francese Pascal Rabaté. Con Vacanze al mare questi ha provato la via del cinema essenziale e dell’umorismo di situazione alla Tati. Certo, il grande Jacques è un’altra cosa, ma forse non è stata proprio una cattiva idea premiare per l’apporto registico un autore che si cimenta con piglio gradevole e garbata inventiva su una sorta di versione aggiornata al XXI secolo del cinema “muto”. I premi alle migliori interpretazioni sono anch’essi piuttosto condivisibili (forse premiare di nuovo il concorrente israeliano per il suo ottimo protagonista principale sarebbe stato eccessivo…). David Morse dà una prova arrabbiata ed essenziale nell’interessante esordio alla regia dell’attore (e qui protagonista) Martin Donovan. Collaborator (qui qualcosa come “co-autore”, anche Premio FIPRESCI della critica) ha un’impostazione innegabilmente teatrale, con i suoi dialoghi impostati e i movimenti degli attori coordinati con cura, prevalentemente in interni e in sequenze-blocco ben scritte a tavolino. La nostra è però una mera considerazione descrittiva e non una critica riduttiva, in quanto la storia di un controverso drammaturgo in crisi che si ritrova a dover scambiare battute e fingere dei copioni con il suo pericoloso rapitore (Morse) per poter continuare il grande gioco della vita non è forse originalissima (quante volte si è già detto che gli uomini di teatro vampirizzano la vita vera e non sanno riconoscere i limiti fra palco e realtà), ma è svolta con asciuttezza di toni e sicurezza si scrittura. Stine Fischer Christensen è la giovane attrice danese che invece si porta a casa il premio femminile. Il film del tedesco Christian Schwochow Die Unsichtbare (Invisibile, anche premio della Giuria Ecumenica) non ci ha convinto del tutto, in quanto un po’ legnoso e a tratti caricato nei toni. Ma, evidenziandola nella buona interpretazione collettiva che avevamo già lodato, la Giuria ha voluto correttamente dare un segno di incoraggiamento e un incentivo alla giovane protagonista, che in effetti riesce ad interessare con la sua presenza pur non essendo questo enorme talento della natura né un volto eccessivamente rammentabile. Senza considerare gli altri premi accessori o legati alla presenza di alcune star hollywoodiane invitate appositamente (Judy Dench, John Turturro), va ricordata almeno l’altra sezione competitiva ufficiale, “Ad ovest dell’occidente”, dove il vincitore è risultato il macedone Il punk non è morto di Vladimir Blaževski, una black-comedy che mischia tensioni etniche e spirito di ribellione rock nei dintorni di Skopje, mentre una giusta menzione speciale è andata al russo Generation P che avevamo già evidenziato come un riuscito tentativo di riassumere sullo schermo le catastrofi antropologiche e le rivoluzioni cibernetiche che hanno traghettato (o forse fatto naufragare) le nuove generazioni russe orfane del vecchio ordine sovietico. Un ottimo concorso, con alcune belle sorprese nelle sezioni collaterali (soprattutto i film russi) e una scena locale ceca piuttosto deludente… Arrivederci alla prossima, “Terme di Carlo”.
|
|||||||||||||||||||||||||
Applicazione SPIP | Web design HCE s.r.l. |
Registrazione al Tribunale di Venezia n.1491 del 24-09-2004 | Disclaimer | 2012 Creative Commons |





