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Karlovy Vary 2011. I primi due film in Concorso"Holidays by the Sea" - "Die Unsichtbare"di Massimo Tria La sezione competitiva di questa quarantaseiesima edizione del festival ceco di Karlovy Vary inizia con un gruppo di film molto vari, che testimoniano di una notevole apertura mentale dei selezionatori, capaci di preparare (sembra di poter prevedere) un parterre che non si limita ad un singolo approccio artistico.
Iniziamo il nostro reportage parlando di un film… muto. Che a cent’anni e più dalla nascita della settima arte si possa ancora fare a meno dei dialoghi è una notizia che rinfresca il panorama cinematografico mondiale e in generale restituisce qualche speranza all’esperimento audio-visivo. Dopo Kaurismaki ed altri autori meno noti degli ultimi anni ci prova anche il francese Pascal Rabaté, originariamente autore di fumetti, qui al suo secondo lungometraggio. Holidays by the Sea - Vacanze al mare è un’opera simpatica che non raggiunge neanche gli ottanta minuti di durata, ma che utilizza l’espressività facciale e la comicità fisica di un buon gruppo di attori d’oltralpe, alcuni dei quali hanno già dimostrato il fatto loro in Delicatessen o ne Il favoloso mondo di Amelie. Varie vicissitudini balneari fanno incrociare e a volte scontrare in situazioni imbarazzanti alcuni gruppi di tranquilli vacanzieri in una serena domenica al mare: si va dalla famiglia “no-Alpitour” che ricostruisce con maniacalità l’ambiente domestico in una tenda simil-militare, a degli attempati coniugi senza figli che proveranno a rinverdire l’appetito sessuale durante le ferie, passando per una coppia sado-maso e per un gruppetto di ragazzi alle prime esperienze sentimentali. Il ritorno del tema non è un caso: come ha avuto modo di dichiarare il produttore, in questo film si parla poco, ma si fa molto sesso. Non che questa simpatica commediola si trasformi in una pellicola per adulti, per carità, ma forse, in modo quasi automatico, dovendo far “parlare” i corpi, il buon Rabaté ha pensato bene di farli spesso figurare in situazioni nelle quali il movimento è naturale e, si suppone, piacevole. Certo, il rischio del bozzettismo è alle porte, e le varie macchiette quasi del tutto mute (in realtà qua e là un minimo di scambio di battute aiuta la progressione degli incontri fra i vari gruppi) rimangono un po’ alle soglie dell’abbozzo. Il regista ha dichiarato di voler tentare la via che sta fra il cinema burlesco delle comiche finali (Charlot e le gag di situazione di Keaton) ed il grande esempio di Jacques Tati: non si può negare che molte delle trovate siano qui riuscite e divertenti, ma nei grandi artisti summenzionati l’approccio essenziale, fisico, o se vogliamo, “afasico” era supportato da un’idea di cinema e del mondo che qui francamente manca. Solo in parte hanno modo di prendere corpo la leggera satira alla Blake Edwards o la riflessione sociale sul “come fa le ferie la classe operaia” (altri due riferimenti dichiarati dell’autore). Per cui si ha l’impressione di aver assistito ad una puntata di un buon serial comico televisivo cui manca solo l’accelerato per avvicinarsi al Benny Hill Show o a Mister Bean. Tati non abita qui. Tutt’altro approccio quello del trentatreenne tedesco Christian Schwochow, che con il suo Die Unsichtbare - Invisibile flirta con il teatro filmato ed il melodramma giovanile, mischiando di tutto un po’ e finendo con l’esagerare con i toni. La giovane e frustrata Josefine vorrebbe diventare un’attrice, ma non sembra avere un talento indiscusso (da cui, la sua “invisibilità”, come da titolo) e la presenza di una sorella malata mentale in una famiglia senza padre di certo non la aiuta a trovare il suo ubi consistam e le attenzioni che meriterebbe. La sua invisibilità artistica si sposa purtroppo anche con quella esistenziale: l’inesperienza affettiva e un aspetto non troppo affascinante ne fanno un modello perfetto per una storia a metà fra la disperazione giovanile e la affascinante ricerca del talento nascosto nel brutto anatroccolo di turno. Purtroppo la storia sa un po’ di costruito a tavolino, e affastella alcuni cliché che francamente appesantiscono una potenzialmente interessante vicenda di disadattamento: la giovane attrice non può non finire a letto con il tirannico regista della pièce attraverso la quale sogna di affermare il suo talento, il suo rapporto con la sorella malata è minato da sensi di colpa compensatori un po’ stereotipati, e per finire, un bel tentativo di suicidio giunge a chiudere il cerchio delle trovate di sceneggiatura non eccessivamente originali. Rimane una intensa interpretazione collettiva e un approccio di fondo non disprezzabile che si snoda sul confine fra immedesimazione e distacco dal personaggio (non da buttare le prove teatrali durante la quale i personaggi cercano se stessi), mentre lo Schwochow narratore dimostra in fondo una buona capacità di strutturazione delle situazioni, sfuggendo comunque dal rischio dell’happy ending troppo prevedibile. Insomma, il festival più importante del centro Europa è cominciato, capolavori non ne abbiamo visti, ma la sufficienza per ora c’è tutta. Holidays by the Sea Colour, 35 mm
Die Unsichtbare Colour, 35 mm
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