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Karlovy Vary: "Trois temps après la mort d’Anna" di Catherine MartinIncontro con la regista canadesedi Massimo Tria Catherine Martin è una minuta regista del Quebec, francofona e fiera di esserlo. Lo so perché ho avuto il piacere di parlare con lei, in una conversazione informale sul più e sul meno, e sull’utilità di sapere l’inglese in Canada o il russo a Praga…
A Karlovy Vary è ancora possibile anche questo: mentre io cercavo di ragguagliarla rapidamente su più o meno trecento anni di storia ceca (il perché poi non me lo ricordo già più), lei mi spiegava la sua condizione di parlante francese che si sente come circondata nella sua “enclave” in un mare di anglofoni. E che la sua famiglia di convinti francofoni non vedrebbe l’ora di una bella secessione amministrativa che spacchi il Canada in due parti ben distinte. E io che pensavo che queste cose solo in Belgio o a Bolzano… Ad ogni modo, queste osservazioni di politica spicciola e applicata la gentile madame Martin me le diceva con un filo di voce, senza arroganza, e con un certo timore sincero negli occhi ancora carichi di jet-lag che mi spingono in un futuro a studiare meglio quale sia il vero rapporto di forze fra i due gruppi linguistici nel Canada, finora a me noto più che altro per le parodie di South Park. Quel che voglio dire è che questa sua gentilezza, l’abitudine a non gridare le cose, anche le più fondamentali della vita, la si rivede tutta anche nel suo cinema. La Martin non è molto nota da noi (ha all’attivo già una decina fra corti e lunghi), ma non credo che questa intima vicenda di elaborazione del lutto sfigurerebbe nelle sale d’essai italiane: il film si apre sull’inquadratura frontale e insistita di un quartetto d’archi, impegnato in una bellissima interpretazione del quartetto 132 di Beethoven (uno dei suoi ultimi, anche se non proprio di quelli ultimissimi e più fortemente sperimentali). Dopo gli applausi si passa ex abrupto al gelido tavolo di una camera mortuaria, sul quale purtroppo è distesa la figlia di Françoise, la Anna del titolo, che fino a pochi attimi prima stava appunto suonando nel quartetto. Da quel momento al posto della musica pastosa ed avvolgente di Beethoven inizia un silenzio desolato che accompagna la lenta discesa agli inferi della madre in lutto. Ad una prima metà del film leggermente ripetitiva (la donna che vaga senza meta ed è assalita da attacchi di pianto o di panico) si alterna una seconda metà più movimentata, che prelude ad un possibile (ma non semplicistico) tentativo di risalita psicologica e di ritrovamento del sé. Ciò che unisce invece figurativamente la pellicola nel complesso è la particolare attenzione all’emersione (quasi caravaggesca) delle figure dal buio degli ambienti, e la composizione centrata e sempre geometrica dello spazio, fattori che rivelano entrambi le radici della regista (ha studiato arti visive e al college ha seguito Belle Arti). E ad ogni modo un plauso va al direttore della fotografia Michel La Veaux, capace di tenere quasi ogni singola inquadratura lontana dalla banalità. Se nella prima parte ci si ritrova negli spazi chiusi, ormai vuoti e senza senso per la donna, in cui la madre si abbandona allo scoramento, nella seconda interviene un elemento che anche dal materiale stampa disponibile abbiamo capito essere fondamentale per la regista canadese: la forte empatia con lo sterminato paesaggio dei suoi boschi. Sono queste distese innevate e silenziose che prima rischiano di portare la morte (Françoise si lascerebbe morire volentieri in una notte di neve all’addiaccio), poi diventano ricettacolo di passioni e agitazioni interiori che nei piccoli spazi familiari non potrebbero più trovare l’eco necessaria. Solo grazie al sostegno che la muta ma generosa natura offre agli abissi del lutto umano, la protagonista potrà trovare una piccola porzione di serenità anche negli angusti ambienti familiari, che da vuote tombe di affetti si vanno via via trasformando in un magico palco dove inscenare incontri con le persone che non ci sono più: è così che alla abbandonata Françoise (che nel frattempo tesse un delicato rapporto con un suo vecchio amante) appaiono in alternata sequenza la amatissima nonna, la bella e fiera madre, e ancora proprio lei, la figlia talentuosa e promettente che un pazzo ha ucciso forse per il solo gusto di distruggere qualcosa di bello. Come nei quartetti, anche qui tre tempi musicali-cinematografici si alternano e si intrecciano dunque, come da titolo: la gioia e l’allegro della pienezza affettiva, il basso continuo del dolore materno inconsolabile, e una complessa ma speranzosa fuga intrecciata di motivi che potrebbe sfociare nello scioglimento finale e nel ritorno alla dominante. Senza falsi ottimismi o happy ending consolatori, la buona Martin ci porta a considerare questo nuovo “quartetto d’archi umani” e gli echi delle loro armonie intime: la triste Françoise e le tre donne amate eppur defunte della sua esistenza, che però non l’abbandonano, seguitano a ricordarle, (proprio per mezzo del suo vivissimo dolore) tutto il bello che è stato vissuto insieme, e a ricordarle che ella non ha il diritto di cancellare quella esile ma intensa musica umana commettendo un suicidio nei boschi sepolti dalla neve. No, non è ancora il tempo di morire. Mourning for Anna Colour, 35 mm Canada, 2010, 87 min WP – World premiere Section: Official Selection - Competition Director: Catherine Martin Screenplay: Catherine Martin Dir. of Photography: Michel La Veaux Music: Robert Marcel Lepage Designer: Caroline Alder Editor: Natalie Lamoureux Producer: Claude Cartier, Lorraine Dufour Production: Coop Vidéo de Montréal Contact: Coop Vidéo de Montréal Cast: Guylaine Tremblay, François Papineau, Sheila Jaffé
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