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L’ELOGIO DEL DUBBIOLa nuova esposizione a Punta della Doganadi Farida Monduzzi - Giacomo Botteri In sinergia con la Biennale, l’inaugurazione della Punta della Dogana nel 2009, ha riportato al centro della scena mondiale della cultura Venezia e le sue mostre.
Pinault prova quest’anno, a ripetere l’exploit e a stupire raddoppiando l’offerta artistica con due esposizioni dislocate in due sedi diverse e scaglionate nel tempo. Ad aprile, infatti, si comincia con L’elogio del dubbio visitabile fino al 31 dicembre negli splendidi ambienti della rinnovata Punta della Dogana, mentre a giugno verrà inaugurata a Palazzo Grassi Il mondo vi appartiene anch’essa fino al 31 dicembre. L’elogio del dubbio, inoltre, non contenta degli storici spazi riportati al loro splendore originario dal geniale architetto Tadao Ando, si espande anche all’esterno, occupando in parte il campo della Salute con due installazioni. Ecco quindi che la scultura di Charles Ray, Il ragazzo con la rana, invisa ai veneziani più tradizionalisti cui era stato promesso che sarebbe stata rimossa per restituire lo spazio alla storica lanterna, non solo rimane al suo posto, ma si vedrà accompagnata a distanza da un’altra opera Valter Stadt (Padre Stato) realizzata da Thomas Schutte, Leone d’oro alla Biennale 2005, raffigurante un uomo maturo nel quale alcuni vogliono riconoscere un padre protettore del ragazzo e della sua rana, altri una immagine dello Stato incapace di dare protezione ai cittadini, chiuso e avviluppato com’è nel suo mantello informe. Per ragioni di sicurezza l’opera verrà spostata nei giorni della visita papale a Venezia, per non ostacolare l’eventuale via di fuga dei pellegrini, rappresentata dal campo stesso. Nel campo di fronte a Palazzo Grassi, si vedranno altre due installazioni in coincidenza con l’apertura di Il mondo vi appartiene. Si vuole quindi realizzare un’attività espositiva permanente presentando simultaneamente due allestimenti, diversi , l’uno aperto e l’altro in fase di montaggio. Nell’organizzare L’Elogio del dubbio, la curatrice della mostra Caroline Bourgeois, ha spiegato in un’intervista, di avere voluto seguire l’esempio di altri grandi spazi espositivi europei ormai abituati a coinvolgere gli artisti e specialisti nell’allestimento delle installazioni, alcune delle quali realizzate proprio per questo evento. Ha affermato inoltre che l’orientamento seguito è stato quello di cercare di conciliare le diverse aspettative dello svariato pubblico locale e internazionale che frequenta Venezia e le sue offerte culturali. Compito arduo soddisfare ad un tempo i gusti e le preferenze di giovani e anziani, i primi più pronti ad accettare opere spesso spiazzanti, i secondi, in genere non rassegnati a creazioni che spesso sembrano la negazione stessa di ogni consolidato criterio estetico. E’ forse per questo tentativo di armonizzazione dei contrari che in mostra si trovano tanti giovani artisti ignoti ai più, accanto ai più rassicuranti Jeff Koons, Maurizio Cattelan, ormai assimilati e apprezzati senza distinzioni, grazie anche alla notevole valutazione che le loro opere ricevono sul mercato. Su 60 opere presenti la metà circa sono inedite, e il filo che le lega è il tentativo di sciogliere alla fine percorso il dubbio, il turbamento capace di scardinare ogni certezza mettendo in discussione il concetto stesso di identità. Ci prova già dall’inizio il Vater Stadt mettendo in dubbio l’idea stessa di scultura con le sue forme accennate non definite inquietante nella sua incertezza rassegnato di fronte alla baldanza del Boy with frog Ben Felice di guardare alla perfezione di un Canova anziché alle deformità del vecchio. Le opere del percorso interno sembrano riconfermare l’iniziale impressione che la rassegna, anziché risolvere i dubbi del titolo, ne crei altri lasciando libera interpretazione a chi guarda, a cominciare dai titoli che Gli autori ha assegnato alle loro creazioni, la maggior parte dei quali resta enigmatico poco o nulla svelando della essenza o funzione o significante dell’opera stessa. Il Roxys di Edward Kienholz si presenta a prima vista come un’installazione sontuosa che sembra riprodurre fin nei minimi dettagli l’ambiente calme, luxe e volupté degli anni 40. A prima vista l’atmosfera appare resa in modo perfetto, ma poi avvicinandosi sopra tappeti sovrapposti a più strati, sotto la luce di lampade in stile Tiffany, ecco imporsi figure antropomorfe mostruose sdraiate, raggomitolate o erette che scrutano nel vuoto conferendo all’insieme un’aura sinistra. La sala riservata a Paul Maccarthy si presenta popolata da mostri: su indecenti corpi femminei si innestano, spesso al rovescio, crani deformi nella loro ipertrofia, volti ghignanti capaci di annullare ogni conformità al reale. Figure che non si dimenticano. Piacerebbe a Sarah Palin e ai suoi seguaci, piena come è di fucili, pistole, piccoli cannoncini, armi di ogni genere, l’installazione Heaven with guns di Marcel Broodthaers che si astiene dallo spiegare come riesce a conciliare l’idea di cielo inteso come sereno regno della pace con la violenza sottesa in questi strumenti di morte. Riposano invece in pace Les gisants di Maurizio Cattelan forse la sua opera capolavoro, creazione sconvolgente: chi nasconde sotto il funereo telo? Soldati morti in una delle rivoluzioni africane, o nei deserti afgani o sono invece i fantasmi dei clandestini che con tragica frequenza il Canale di Sicilia inghiotte? Chen Zen porta in laguna le sue casette viste al Mart di Rovereto , casette fragili nei loro intrighi di candele variopinte facile esca per artistici roghi. Vogliono forse indicarci la fragilità del vivere? Thomas Shutte non contento di avere sottolineato la fragilità e la cupezza della vecchiaia nella sua antiscultura esterna alla mostra, ha radunato in una sala che si specchia sul Canal Grande, impareggiabile sfondo, i suoi Efficient men, ossimoro fra titolo e le figure di vegliardi curvi, torvi, intirizziti da un freddo paralizzante che la sottile coperta di pile che li copre, non annulla. La sua Weeping Woman ha tanto pianto da essersi trasformata in una fonte, in una metamorfosi estrema che ne annulla le sembianze. Si torna a sorridere con gli sberleffi del monello Jeff Koons che ha riempito la sua sala con grandi e variopinti giochi balneari: visto il successo planetario del suo Hanging heart gioiello permanente della collezione Pinault, non ha dubbi nel riproporre tecniche e meccanismi consolidati. Se poi soffrite di claustrofobia o di giramenti di testa attenti al Dream di Sturtevant con il suo soffitto istoriato e incombente, le girandole senza fine di un video ossessivo. L’acrilico di inchiostro su tela di Julie Mehretu sembra una waste land post esplosione atomica, mappa ambigua e schizofrenica nella sua essenzialità, messaggio senza speranza, sintesi estrema di un nichilismo che lascia col dubbio che tutto quaggiù non sia altro che una vanitas vanitatum. Foto a cura di Romina Greggio Copyright © NonSoloCinema.com - Romina Greggio.
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