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"L’ORA D’AMORE" di Andrea Appetito e Christian CarmosinoAmori reclusidi Livio Meo Tre interlocutori, tre diverse ed intense storie d’amore ostacolate dalla reclusione carceraria. Accanto ai detenuti gravitano amanti, figli, amori perduti che, attraverso le parole e gli sguardi dei primi, vengono presentati allo spettatore come un’essenza indispensabile nella vita dei protagonisti.
Solitamente i personaggi di un film svolgono una parte essenziale nell’economia di una recensione: la loro caratterizzazione, i dialoghi e l’interpretazione degli attori sono il principale bersaglio di riflessione e di critica. Il coinvolgimento del pubblico si realizza infatti nella partecipazione alle scelte dei personaggi e, successivamente, nella possibile adesione al messaggio implicito nella trama; gli strumenti necessari per la comprensione e l’avvicinamento al racconto sono proprio i soggetti della storia, coloro che sono visivamente a contatto con lo spettatore. Nel caso del documentario L’ora d’amore, ci si trova di fronte ad un’anomalia: i personaggi davanti alla macchina da presa non sembrano essere gli unici protagonisti delle vicende ed anzi appaiono deboli, indifesi, quasi persi senza la complementare parte “invisibile”, cioè i loro affetti lontani, in libertà. Durante le conversazioni con i detenuti, nelle quali riemergono simultaneamente felici ricordi e laceranti ferite, si ha la percezione di estraniarsi dal contesto carcerario, connotato dai suoi grigi stereotipi, per proiettarsi in tre fiabe tormentate e lasciate tristemente incomplete a causa della reclusione. Mauro è un marito e un padre. Capelli raccolti in una fluente coda, cappellino con visiera sempre in testa e una vivace intraprendenza nelle attività del carcere, che poi svelerà essere il miglior rimedio per non pensare troppo alla sua famiglia. I sentimenti e gli stati d’animo del carcerato sono chiari e teneramente ammessi con candida sincerità: la sofferenza quotidiana che lo affligge riguarda la paura di perdere l’amore della consorte e, più intimamente, la mancanza del contatto fisico con essa. Mentre Mauro ha un’indole, almeno in apparenza, piuttosto forte, la protagonista del secondo episodio è pervasa da una fragilità dirompente: rinchiusa nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, Fatima ha sempre avuto l’opportunità di vedere il compagno perché rinchiuso nello stesso penitenziario, ma l’improvviso trasferimento dell’amante ha portato la donna sull’orlo della disperazione. L’ultima storia riguarda un transessuale, Angelo, che è riuscito a far innamorare di sé un altro ragazzo recluso nella stessa prigione. Dopo il coinvolgente racconto della nascita del rapporto subentra l’amara delusione per il tradimento, subito nel momento in cui il ragazzo ha cominciato ad ottenere i permessi e, contemporaneamente, ad innamorarsi di una ragazza. E’ evidente, e allo stesso tempo disarmante, come ogni individuo presente nel documentario riesca a descrivere se stesso e la propria situazione solo riconducendosi al rapporto con altre persone; l’esistenza di ciascuno di essi acquista un valore solo se legata al proprio amore. La parola “carcerato” non riflette alcun aspetto dei personaggi, in quanto questa caratteristica è superflua nell’ambito della ricerca cinematografica di Appetito e Carmosino: ciò che denota i protagonisti è il loro essere amanti, nonostante le insormontabili limitazioni dettate dalla reclusione. Il mondo carcerario funge soltanto da sfondo e da confine ai pensieri amorosi, che invece spingono Mauro e gli altri a ricercare uno spazio interiore sereno, privo di costrizioni. Le narrazione dei tre carcerati prosegue spigliata durante il passare dei minuti, accompagnata da scene che mostrano la quotidianità carceraria di Mauro, Fatima e Angelo. I discorsi non sono lasciati sempre all’immaginazione dello spettatore ma si assiste a riprese utili per osservare l’opprimente routine della prigione; ad esempio durante il racconto della seconda ragazza protagonista, la macchina da presa segue tre donne che si apprestano ad incontrare i propri mariti nella sezione maschile di Rebibbia. In questo modo le parole di Fatima si fondono con il percorso delle sue compagne, che ripetono quella serie di controlli indispensabili per la realizzazione dell’incontro. Nei secondi che separano i racconti dei tre personaggi sono da sottolineare alcune riprese che si presentano molto gradevoli e alleggeriscono il clima quasi morboso di certe esperienze. L’ora d’amore è un documentario che racconta tre vite immancabilmente tristi senza limitare l’attenzione al solo aspetto narrativo, evitando così la riproposizione di uno statico “collage” di interviste monotematiche; le scene sono contraddistinte da una chiara ricerca estetica, come accade per alcune inquadrature nelle quali si nota una pregevole cura per gli accostamenti cromatici, che impreziosiscono, sempre sotto il punto di vista “formale”, l’importante contenuto del film. Titolo originale: L’ora d’amore Nazione: Italia Anno: 2008 Genere: Documentario Durata: 52’ Regia: Andrea Appetito, Christian Carmosino
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