“L’arte del sogno” di Michel Gondry

Vivere nel mondo dei sogni

Fuori Concorso
Con un tono costantemente surreale, “The science of sleep” è una love story piena di sogni stravaganti e sequenze animate (persino uno show tv) che si svolgono nel cervello del protagonista. Chi conosce Gondry (autore anche di numerosi video musicali passati alla storia, come quelli di Bjork) sa che il suo immaginario è molto singolare. Il film si svolge a Parigi ed è in parte inglese e in parte francese sottotitolato.

La scienza del sonno (o dovremmo dire del sogno?). La traduzione letterale del film è sufficiente per afferrare il nucleo concettuale del nuovo lavoro di Michel Gondry. Non deve essere letto come un ossimoro. Quanto come un tentativo di sprofondare nel mondo in cui risiede il fascino principale del cinema: l’immaginazione, il sogno. Cadere giù senza avere la paura di perdersi. Cercare di dimenticare la paura dell’ignoto assorbendone, semplicemente, il fascino.

Il regista confessa di essere innamorato del mondo dei sogni fin da quando era piccolo. Nello stesso tempo, però, ammette di aver smesso di sognare di volare ai tempi dell’adolescenza, quasi volesse sottolineare un suo precoce distacco dalla fantasia e un avvicinamento precoce nei confronti della realtà. Nella pellicola si passa dal sonno al sogno con una naturalezza estrema. Esattamente come ci risulta immediata e spontanea l’assenza del sogno stesso e, quindi, il ritorno alla vita reale. I due protagonisti principali ci permettono di capire che è molto più difficile comprendere la realtà piuttosto che la rappresentazione che ne facciamo nella dimensione onirica. Stephane (il personaggio maschile) cammina continuamente sul confine che separa la realtà dalla fantasia e i suoi numerosi tentativi di recidere questa linea, spesso, sono vacui.

Stilisticamente, il nuovo lavoro di Gondry deve essere letto come una vera e propria protesi di Eternal sunshine of the spotless mind e come un ulteriore viaggio nel post-moderno che induce a nuovi tipi di letture e a nuovi modelli d’interpretazione. Gli indici stilistici del cinema post-moderno ci sono tutti: la perdita del centro, la parcellizzazione delle esperienze e delle conoscenze, il riciclaggio di figure; allusioni e “strizzatine d’occhio” allo spettatore di cui l’enunciatore sa “che è capace di identificare l’allusione e di apprezzarla”; e soprattutto sollecitazione di “sensazioni forti” nello spettatore, attraverso l’adozione di quello che Jullier chiama “film-concerto”, caratterizzato da un insieme di figure stilistiche tendenti a provocare nello spettatore un “bagno di sensazioni”.

Molte delle figure e dei simboli presenti nel film apparentemente non hanno uno scopo ben definito se non quello di immergere lo spettatore in questo livello dotato di un forte onirismo difficile da definire. Di qui anche il fatto, rilevato da uno studioso come Tony Wilson, che “L’immagine postmoderna è sprovvista di punto di vista” e che “Un’immagine senza punto di vista non può generare un giudizio sul mondo. La parola d’ordine è: dove sono? I luoghi hanno un’aria di déjà-vu, come nei sogni”.
Lo spettatore a cui si rivolge Gondry non ha nulla da spartire con quello del cinema classico. Viene, infatti, investito a livello sensoriale. Il gioco cui lo spettatore è invitato, in questo caso, appare di carattere più ludico che critico. Quello chef a Gondry è un puro invito a divertirsi. Sta a noi coglierlo.

Regia: Michel Gondry
Attori: Gael Garcia Bernal (Stephane Miroux)
Charlotte Gainsbourg (Stephanie)
Alain Chabat (Guy)
Miou-Miou (Christine Miroux)
Sceneggiatura: Michel Gondry
Fotografia: Jean-Louis Bompoint
Musiche: Jean-Michel Bernard
Montaggio: Juliette Welfling
Costumi: Florence Fontaine
Scenografia: Ann Chakraverty; Pierre Pell; Stephane Rosenbaum
Prodotto da: Partizan