“L’avaro” della Compagnia delle albe

Molière originale

“Non andavamo a insegnare. Il teatro non si insegna. Andavamo a giocare, a sudare insieme. Come giocano i bambini su un campetto da calcio, senza schemi né divise, per il puro piacere del gioco, (…) la felicità del corpo vivo, la corsa, le cadute, la terra sotto i piedi, il sole, i corpi accaldati dei compagni, l’essere insieme, orda, squadra, coro, comunità, la sfera-mondo che volteggia e per magia finisce dentro la rete. Non “mettere in scena”, ma “mettere in vita” i testi antichi (…) le oscenità di Aristofane prendono senso sulle bocche dei quindicenni, sembrano scritte ieri, anzi adesso, e ci ricordano che quei testi, inascoltabili sui palcoscenici degli impiegati puntuali alla loro battuta, sono testi dell’infanzia del teatro, e che per restituirli all’oggi, lasciandone intatta la carica ludica e trasgressiva, bisogna essere infanzia.”

Così scrivono Ermanna Montanari e Marco Martinelli nel loro manifesto. E ripetono similmente presentando questo spettacolo: hanno tentato di interpretare Moliere nella sua accezione più giocosa, infantile (pur essendo l’Avaro la sua commedia più nera probabilmente). Quindi recitare significa giocare prima di tutto. Questo è l’unico assunto necessario per approcciarsi alla versione dell’Avaro che il teatro delle Albe ha portato in scena al teatro Testoni di Casalecchio di Reno il 2 e il 3 di marzo.

Lo spettatore quindi non deve fare altro che osservare e godere dello spettacolo. Non c’è nulla di più appagante. E’ un gioco a tratti sofisticato, con continui riferimenti alla contemporaneità, ma mai perde di vista il suo obiettivo primario, quello di coinvolgere il pubblico, farlo sentire il più possibile protagonista del dramma; e così ogni limite del teatro convenzionale viene superato: lo spettacolo inizia prima che venga recitata la prima battuta e le luci si siano spente, mentre nel finale il regista (vero deus ex machina) non solo entra in scena, ma si intrattiene anche con il pubblico.
Ciò che colpisce più di tutto è la bravura di Ermanna Montanari ad interpretare Arpagone. Il suo personaggio è un autentico catalizzatore, a tutti i livelli: il pubblico non lo perde di vista un istante, i personaggi agiscono e si muovono sul palco in sua funzione (più di una volta viene ripetuto lo schema con Arpagone che da solo fronteggia tutti i personaggi schierati); ed anche gli attori sono obbligati a modulare la propria recitazione condizionati dalle scelte stilistiche dell’attore principale. L’asta con il microfono è l’oggetto su cui si proietta il potere che Arpagone esercita sugli altri – fin dall’antichità il bastone è associato alle figure di potere -. La scelta registica è di allacciare il gioco che si instaura attorno al bastone, ovvero al rapporto di dipendenza/invidia che tutti i personaggi hanno nei confronti di Arpagone e di ciò che rappresenta (potere = un mucchio di denaro) con il contemporaneo e il contemporaneo è rappresentato prima di tutto dalla notorietà televisione e la dinamica che si instaura per apparire in televisione è la stessa che si instaura sul palco per ambire al microfono, ai quindici minuti di celebrità. Il narcisismo, l’egoismo, la totale mancanza di solidarietà sono elementi che nell’avaro si notano pienamente compiuti ma si intravedono in tutti gli altri personaggi, come a dire l’avaro potremmo esserlo tutti, ma può esserlo solo uno.

Quello che piace di questo spettacolo è la sensazione che lascia di essere il perfetto riadattamento contemporaneo dell’opera seicentesca; la capacità della compagnia di ritrovare le esatte corrispondenze tra gli elementi originali e quelli forniti dalla realtà e dal teatro di oggi; di rintracciare cioè quegli elementi che rendevano universale la commedia di Moliere e che si ritrovano costanti, sotto varie sembianze, nel corso della storia della società occidentale. Così, per una volta, le innovazioni portate dal teatro novecentesco, qui abbondantemente utilizzate, non risultano essere un puro vezzo e non distolgono l’attenzione dal significato generale dell’opera, ma anzi si inseriscono organicamente amplificando e valorizzando il capolavoro di Moliere. Nella stessa direzione va la scelta di mantenere inalterato il testo originale e di piegarlo ad una rinnovata modalità di recitazione; l’avaro di Martinelli è un riadattamento riuscitissimo, un felice esempio di rinnovamento della tradizione.

L?AVARO
realizzato da Teatro delle Albe
regia di Marco Martinelli
con Ermanna Montanari, Loredana Antonelli, Alessandro Argnani, Luigi Dadina, Laura Dondoli, Marco Martinelli
durata 120′
www.teatrocasalecchio.it