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"L’inganno" di Anthony ShafferIL GIOCO E’ BELLO QUANDO DURA POCOdi Enrico Silvano L’anziano Andrew Wyke scrittore di libri noir invita nella propria dimora aristocratica Milo Tindle, il giovane amante della moglie, Marguerite, con la quale quest’ultimo vorrebbe addirittura convolare a nozze. Per vendicarsi, Wyke escogita un abile “gioco” a cui Tindle ingenuamente si presta, ma a cui, allo stesso tempo, sente di dover replicare…
E’ meglio non svelar nessun particolare della fortunata commedia del 1972 firmata da Anthony Shaffer (già sceneggiatore di Hitchcock) le cui origini inglesi e ebraiche non mancano di palesarsi nella brillante costruzione della trama ricchissima di colpi di scena (troppi?) e nell’ispirato humour che domina i dialoghi fino all’ultima battuta. In questo spettacolo la prova degli attori è più che mai decisiva ai fini della riuscita dell’opera, Glauco Mauri (che firma anche la regia) e il giovane Roberto Sturno se la cavano bene, anche se le performances di Laurence Olivier e Micheal Caine nella trasposizione cinematografica diretta da Joseph Mankiewicz rimangono inarrivabili. I due protagonisti sono uno l’antitesi dell’altro: la razionalità di Wyke e l’istinto di Tindle, le nobili origini aristocratiche e il self-made-man nato da un fallito orologiaio italiano emigrato in Inghilterra, ma anche l’ormai svanita giovinezza di Wyke contrapposta alla freschezza e la virilità di Tindle. Non c’è punto di contatto tra i due e possono rapportarsi solo sfidandosi; ma l’oggetto della contesa non è la donna da entrambi amata, bensì l’ affermazione dell’uno sull’altro, vincere vuol dire far prevalere il proprio ceto sociale, il proprio modo di concepire la vita. E la sfida non può che assumere le forme del gioco e come nei più semplici giochi dei bambini, ciascun partecipante deve interpretare un ruolo, da qui il continuo ricorso a molteplici travestimenti, manifesti o meno tra i duellanti. Anche la scenografia è travestimento: ogni angolo del palcoscenico cela qualcosa di inaspettato ed ecco allora spuntare la sfavillante collezione di libri da dietro una colonna, la cassaforte dietro una parete, la cesta dei vestiti al posto dello schermo. E a metà tra elemento scenografico e vero e proprio personaggio, si colloca il pupazzo meccanico che “ride alle mie battute anche quando non fanno ridere” come ripeterà per due volte Wyke, il quale con la sua risata inquietante sarà colui il quale avrà l’ultima parola prima che si chiuda il sipario. All’elementare simmetria della trama (un atto a testa, nel primo attacca Wyke e si difende Tindle, nel secondo attacca Tindle e tenta la difesa Wyke) corre parallelamente una veloce e via via sempre più rapida progressione verso il baratro; in questo gioco vince chi è pronto a compiere la vendetta più atroce, come nella “chicken run” di Gioventù bruciata ha la meglio chi per ultimo si getta fuori dalla macchina lanciata verso il precipizio e nel nostro caso il precipizio coincide con lo scontro violento con la realtà (le sirene della polizia, il sangue vero) dalla quale prima Wyke e poi Tindle si erano irrimediabilmente allontanati. Compagnia Mauri Sturno L’INGANNO di Antony Shaffer - traduzione e adattamento di Glauco Mauri con Glauco Mauri, Roberto Sturno scene di Giuliano Spinelli - costumi di Simona Morresi - musiche di Germano Mazzocchetti - regia di Glauco Mauri
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