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"L’ultima casa" di Tiziano ScarpaLa città dei morti tra avanguardia e tradizionedi Livio Meo L’ultima casa in scena al Teatro delle Voci di Treviso.
Una nube densa sovrasta le strutture di un cimitero in ampliamento dove, a causa della loro povertà, vivono due operai addetti alla ricostruzione dell’edificio. Fra le pareti di loculi si avvicendano personaggi bizzarri, ognuno dei quali è legato all’ambiente funereo: da due amanti, la cui passeggiata notturna non ha un epilogo felice, al facoltoso Ivo Mezler, che ha perso la gara d’appalto per il riassetto del cimitero a causa della vittoria del figlio. I personaggi sono delineati tramite un duplice profilo: quello grottesco, accentuato dalla paradossalità di certi comportamenti che sfociano in una piacevole comicità, ed uno di interesse sociale, che evidenzia, in modo pungente ed efficace, le contraddizioni presenti nell’immaginario della società moderna caratterizzata da folli ed inspiegabili pregiudizi. Il confine tra realtà e finzione scenica sbiadisce con il passare dei minuti: i personaggi non sono altro che esempi dei comportamenti tipici dell’uomo contemporaneo e la pièce diventa così uno specchio nel quale ciascun individuo ha il dovere di riconoscere gli errori del presente. L’utilizzo di maschere facciali sembra voler disilludere il pubblico riguardo ad una possibile associazione di una certa caratteristica ad una specifica persona, che in questo caso avrebbe il volto dell’attore; è evidente invece l’invito ad una immedesimazione totale col personaggio, che non possiede un volto delineato proprio perché identificabile con ogni uomo. Un ulteriore incontro-scontro presente nel testo, che consiste nella riscrittura de La Casa Nova di Carlo Goldoni ad opera di Tiziano Scarpa, è quello tra vecchi e giovani, rappresentati rispettivamente dall’illustre ingegner Mezler e dal figlio Lucio. Il loro modo di intendere il lavoro del costruttore è completamente differente e mette in luce un cambiamento radicale: la preponderante posizione acquisita dal lato utilitaristico rispetto ad ogni altro aspetto del progetto. A differenza del padre, Lucio privilegia la funzione di ciò che deve costruire, allineandosi con la concezione architettonica razionalista che, contestando l’inutilità di certi caratteri costruttivi, rivolgeva l’interesse esclusivamente alla praticità degli edifici. La bellezza e i virtuosismi perdono valore in un sistema limitato a soddisfare solamente il benessere della società; così i progetti altisonanti ed utopistici di Mezler, che gli hanno permesso in passato di affermarsi come uno dei più grandi maestri del suo tempo, vengono accantonati e surclassati da quelli dell’intraprendente figlio. La mancanza di una trama articolata e lo sviluppo episodico della vicenda, permette al regista di enfatizzare il lato grottesco e caricaturale dei personaggi. Le coinvolgenti battute, pur essendo spesso a sfondo sessuale o comunque riguardanti tematiche non proprio fini, non cadono mai nella volgarità scontata ma sottolineano il lato paradossale ed irriverente della vicenda. L’opera gode di un pregevole equilibrio tra avanguardia, identificabile con le originali soluzioni sceniche accompagnate dalla combinazione di più effetti (luci, fumo e musica), e tradizione, rappresentata delle maschere in tessuto che ricordano quelle di cuoio tipiche della commedia dell’arte. L’ultima casa di Tiziano Scarpa Musiche originali: Andrea Mazzacavallo Regia: Michele Modesto Casarin con Federico Scridel, Roberto Serpi, Michele Modesto Casarin, Marta Dalla Via, Manuela Massimi.Scene e costumi Licia Lucchese Maschere Stefano Perocco di Meduna Realizzazione scene: Roberto Rossetto Realizzazione costumi: Caterina Volpato, Benito Sposato Attrezzeria: Romeo Gava, Stefania Tosi Coreografie: Patrizia Aricò Disegno luci: Filippo Caselli Datore luci: Roberto Rossetto Fonico: Paolo Battistel Assistenti realizzazione costumi: Marianna Fernetich, Sonia Marianni Responsabile di produzione: Jessica Valli Durata: 80 minuti circa www.pantakin.it
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