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"L’uomo che dava da bere alle farfalle" della Compagnia TeatroCinemaDebutto al Napoli Teatro Festival Italia - Speciali gli effetti, mediocre tutto il resto.di Maria Rosaria Carifano La compagnia cilena Teatro Cinema diretta da Juan Carlos Zagal ha presentato in prima nazionale la sua ultima fatica al San Ferdinando di Napoli, nell’ambito dell’ormai rinomato Teatro Festival Italia: L’uomo che dava da bere alle farfalle si pone come il secondo capitolo (originale) di una trilogia iniziata con Sin Sangre (tratto, invece, da un testo di Baricco). Scopo di questo lavoro è continuare ad esplorare ed emozionare la mente umana, attraverso le suggestioni provocate dalla fusione sinestesica di più livelli creativi: teatro, cinema, arti visive, grafica, tecnologia e musica.
La trama in sé è alquanto banale, e tradisce le attese di un titolo dal potere altamente evocativo: Filippo ha tentato il suicidio per il grande dolore provato dalla perdita della moglie; gettandosi da una rupe, viene salvato da uno sciame di farfalle che lo conducono dall’ultimo supersite dei Grandi Viaggiatori, un gruppo di uomini, scelti dal destino, che danno da bere alle crisalidi appena uscite dal bozzolo. Dar da bere alle farfalle è un compito che permette di comprendere quanta vita sia racchiusa in un solo, brevissimo, istante, e quanto non si debba sprecare la propria dietro ai fantasmi, alle paure, agli incubi. Filippo è sul punto di morire e nella sua folle corsa per assolvere almeno un’ultima volta al suo incarico, si imbatte negli altri personaggi coinvolti nella storia, dei quali scopriremo pian piano le vite. Le storie di un giovane regista, degli attori del suo ultimo film e della delegata di produzione, si intrecciano e si rimandano l’una con l’altra, apparentemente senza seguire un filo logico, e sono tenute insieme unicamente dall’esperienza mistica di Filippo, che darà nuova ispirazione all’esistenza di tutti gli individui in gioco. Insomma, tutto si concluderà con il più scontato degli happy end hollywoodiani. In tutta sincerità, ci si aspettava qualcosa di più del solito “Amor Vincit Omnia”. Questo delirio di situazioni, viene mostrato al pubblico attraverso due schermi giganti, posti uno dietro l’altro e completamente combacianti in larghezza: giganteggiano sul palcoscenico e lo rendono simile ad una sala cinematografica. Gli attori si muovono nello spazio orizzontale tra gli schermi, interagendo tra loro e, soprattutto, con quello che compare nei video. La bravura della compagnia a diventare tutt’uno con ciò che viene visualizzato sui pannelli è stratosferica. Gli sfondi ruotano a 360° come nei videogiochi di ultima generazione, e gli attori eseguono impercettibili movimenti che creano l’effetto di un “cambio d’inquadratura”, proprio come al cinema. Primi piani, dettagli, stacchi di montaggio, realizzati con l’ausilio di grafica 3D, danno l’impressione di essere spettatori di un lungometraggio. Che non sia tutto registrato, e che davvero qualcuno in carne ed ossa si muova in scena, lo si scopre soltanto a pièce già iniziata. Per creare continuità con i volti resi dalla computer-grafica, gli attori indossano delle maschere che ingrandiscono i dettagli del volto, come naso e zigomi, apparendo infatti un po’ sproporzionati e squadrati. Se la recitazione gestuale merita un 10 e lode, appena sufficiente è quella affidata alla voce, enfatica e sospirante al punto da risultare ridicola. Qualche commento in sala ha azzardato un infelice, ma purtroppo veritiero, paragone con una famosa soap-opera di basso livello. In più, essendo lo spettacolo in madrelingua spagnola, non era coadiuvato correttamente dai sovratitoli in italiano: il nesso temporale è stato spesso sfalsato e alle battute recitate non corrispondeva la giusta traduzione, mentre interi pezzi di parlato sono stati lasciati completamente scoperti e affidati all’interpretazione personale. Lo stupore per il lavoro di integrazione uomo-macchina c’è tutto: effetti 3D degni di Avatar sono il risultato di una bravura tecnica che non ha nulla da invidiare ai migliori professionisti delle grandi major. Ma il teatro? Che fine ha fatto? Il messaggio teatrale è stato delegato unicamente alla parte attoriale “dal vivo” che, abbiamo già detto, non è stata una performance eccellente. Inoltre, c’è stata la volontà di veicolare “troppo”: troppi messaggi, troppi stimoli visivi, troppa musica ad alto volume, troppi effetti, troppi giri dell’intreccio, troppe storie sovrapposte. Il risultato è che in secondo piano, passa proprio lui, l’uomo che dà da bere alle farfalle: in questo miscuglio vorticoso di suoni, colori, movimenti, si perde la poesia delle sue intenzioni. Questa non vuol essere una critica alle sperimentazioni: è giusto provare, progredire, non fermarsi sempre al teatro di semplice prosa. Ma come in ogni aspetto della vita, ci vuole la giusta misura per tutto. Esagerazioni tali rendono lo spettacolo certamente un’esperienza unica e degna di nota, ma il risultato è un ibrido che non è stato capace di trasmettere nulla di concreto fino in fondo. Non è teatro, non è cinema, non è un buon prodotto di teatro-cinema, non è grafica, non è arte visiva. Ha stupito, fatto parlare di sé del “come”, ma del “cosa” è rimasto ben poco. Lodevole la voglia di azzardo, ma dal bozzolo, stavolta, non è venuta fuori una bella farfalla. Compañía TeatroCinema L’uomo che dava da bere alle farfalle testo e regia Juan Carlos Zagal produzione Napoli Teatro Festival Italia / in coproduzione con Edinburgh International Festival, Festival Santiago a Mil, Scène Nationale de Sète et du Bassin de Thau, Le Manège Mons - Centre Dramatique, Fondo per lo Sviluppo delle Arti/Governo del Cile / in collaborazione con Rai Centro di Produzione di Napoli, Iberescena / paese Belgio, Cile, Francia, Scozia, Italia / lingua spagnolo (con sottotitoli in italiano) / PRIMA ASSOLUTA durata 2 h ca.
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