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LA STATUA LIGNEA DI SAN MICHELE ARCANGELO E IL DEMONIOOggetto di studio di storia dell’artedi Chiara Lostaglio La statua lignea di San Michele Arcangelo e il demonio è stata di recente oggetto di studio da parte di laureati e laureandi di storia dell’arte dell’università di Basilicata.
Si tratta di una preziosa opera in legno scolpito, policromo, della misura 110 x 38 x 35 collocata in una nicchia della navata laterale destra della chiesa Madre di Rionero in Vulture (Pz), dedicata a San Marco Evangelista. Sul capo del demonio è segnata a pennello la data 1939, riferibile all’epoca dell’iscrizione sulla base, che tramanda un intervento conservativo: “ristaurato per divozione / di Michele Tucciariello fu Luigi / di Michelina Parisi fu Antonio”. “Secondo quanto è registrato nella scheda ministeriale - sostiene Daniela Artusi (vincitrice del progetto di ricerca “Repertorio della pittura in Basilicata dal tardo Barocco al Rococò 1650-1750”, alla V edizione del concorso nazionale “Studi e ricerche sulla Basilicata) che ha condotto la ricerca - la paternità dell’opera, la cui cromia originaria è occultata da una pesante dipintura novecentesca, va attribuita a un ignoto scultore del XVIII secolo di buona formazione napoletana. Il San Michele Arcangelo di Rionero è infatti un’ennesima derivazione da un analogo, fortunato modello conservato nel Duomo di Napoli, realizzato entro il 1692 da Lorenzo Vaccaro in collaborazione con l’orafo Gian Domenico Vinaccia.” Oltre che dalle numerose opere plastiche e di pittura che rappresentano la scena del demonio ricacciato negli inferi dal condottiero delle milizie celesti, colui che agisce in nome di Dio (quis ut Deus), l’ampia diffusione del culto micaelico in Basilicata è testimoniata dalla ingente presenza di fondazioni sacre intitolate all’Arcangelo. “La devozione nel Vulture – conclude la Artusi - è attestata soprattutto dall’Abbazia di Monticchio, il complesso benedettino celebrato dallo storico Giustino Fortunato, che inquadra il culto del santo guerriero nel meridione, crocevia di etnie differenti, rilevandone la capacità di affratellare i popoli con la fede”. Elementi ulteriori sono riportati nella minuziosa descrizione dell’opera rara di Giustino Fortunato scritta nel 1904 “La badia di Monticchio” (Trani 1904, ediz. anast. Osanna 1985).
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