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"LE INVASIONI BARBARICHE" di Denys ArcandQuando le parole superano le immagini.Il cinema della parola. Non un film straordinario, ma un film fuori dall’ordinariodi Giovanni Santoro E’ la storia degli ultimi mesi di vita di Remy, un anziano malato in fase terminale, che con l’aiuto del figlio generoso e dei suoi vecchi amici, cerca di dare un senso ai suoi ultimi giorni.
Il film è il seguito ideale de "Il Declino dell’Impero Americano", film dello stesso Arcand di 15 anni fa. I personaggio di quella storia, invecchiati e separati dalla vita, si ritrovano a misurare con la stessa lucida e disincantata ironia come sono cambiate le loro vite e cosa è cambiato nel mondo. Il film, vincitore al Festival di Cannes 2003 per la migliore sceneggiatura, non ha una gran resa filmica, sul piano del linguaggio cinematografico è un’opera decisamente semplice (campo e controcampo, ritmo ripetitivo, fotografia classica). Il versante che interessa al regista è invece quello del racconto. Il film è fatto soprattutto di parole. Tutto ruota attorno ai dialoghi. L’attenzione e la cura dei dialoghi per questo è maniacale: dialoghi raffinati e forbiti, ironici e beffardi, teneri e sentimentali, grotteschi e esuberanti. Ricchi di riferimenti culturali (Levi, Platone, Montagne, Dante) le conversazioni dei personaggi del film, tra ironia e malinconia, vanno a toccare innumerevoli (forse troppe) tematiche sociali: terrorismo, sanità, eutanasia, droga. Ecco allora che il film non è solo la storia di un uomo allo specchio, nel momento culminante dell’esistenza, ma è l’autoriflessione di una società costretta ad interrogarsi sulle proprie responsabilità; la malattia del professore canadese, in questo senso, è metafora della situazione attuale della società contemporanea colpita da un tumore allo stato terminale. Tra humor e lacrime, infatti, il quadro che emerge è quello di una società decadente nella quale i nuovi barbari risultano essere gli uomini occidentali imbrigliati in una società, ispirata al modello americano, caratterizzata da qualunquismo, banalità, superficialità, omologazione e consumismo. Da questo punto di vista, l’opera di Arcand si può inserire nel filone di quella recente cinematografia contemporanea che, con le dovute differenze e peculiarità dei vari autori, disegna con irriverente cinismo una società statunitense allo sbando (Sam Mendes con "America Beauty", Micheal Moore con "Bowling a Colombine", Woody Allen con "Anything else", Gus Van Sant con "Elephant", Clint Eastwood con "Mystic River", Spike Lee con "La 25° ora") . In una società priva di intelligenza, di civiltà e di pensiero, dove non c’è nulla da salvare (sanità, politica, polizia) per non sprofondare nelle reti della barbaria, le cose davvero importanti sono: gli affetti, il sorriso, la gioia, la cultura e soprattutto il dialogo. E’ la parola a renderci padroni della nostra vita. E’ grazie alla parola che possiamo comunicare e condividere con gli altri la nostra vita. In una società dove ormai si parla tanto e comunica poco, il film di Arcand è un inno al dialogo e al confronto. Questa commedia nera, che affronta con ironia e malinconia (e soprattutto intelligenza) scottanti temi sociali, regala allo spettatore, da un lato, sorrisi e risate, dall’altro, attimi di commozione e lacrime fino a toccare le corde del cuore e della mente. Titolo originale: Les Invasions Barbares Nazione: Canada/Francia Anno: 2002 Genere: Drammatico Durata: 112’ Regia: Denys Arcand Sito italiano: www.bimfilm.com/leinvasionibarbariche/ Cast: Remy Girard, Stéphane Rousseau, Dorothee Berryman, Louise Portal, Dominique Michel Produzione: Daniel Louis, Denise Robert Distribuzione: Bim Uscita prevista: Cannes 2003 05 Dicembre 2003 (cinema
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