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LUCA FRANCESCONI E IL SUO FESTIVALdi Giacomo Botteri Francesconi non parla di festival ma di incontri e confronti fra esperti intellettuali e artististici, un minifestival in cui la musica autentica, non più isolata, sia creatrice di un ponte tra la musica e il numero più ampi di fruitori nella società contemporanea. Una musica che interagisca con altre discipline e si porti al centro del dibattito culturale.
L’isolamento sociale in cui si trova la musica è dato al anche dal fatto che un Ernesto De Martino non abbia fama in Italia. Un personaggio che in Francia, ad esempio, sarebbe sommerso di attenzioni da parte di iniziati e dalla folla. La ricerca di De Martino – insiste Francesconi – è la testimonianza più eclatante di una musica che primeggia, nelle comunità rurale salentina, prima ancora del parlato : il fermento delle passioni, della religiosità, degli scontri emotivi, di energie scomposte confluivano esplodendo in una simbologia di musica danzante. Esempio madre in cui la musica é espressione collettiva e memoria che afferra il reale in un corpo razionale e fisico facendolo passione musicale e danzante. Memoria musicale storicizzante o meglio didattica poetica armonizzata. Tale ricerca antropologica demartiniana, nel suo cinquantesimo anniversario, è stata affidata alla traduzione musicale “Suoni rurali” al teatro Piccolo Arsenale. Altro accento fondamentale di questo festival francesconiano è l’attenzione usata per capire la misteriosa ricchezza che ispira la natura. La natura come incentivo perenne per compositori diversissimi. Esemplificazioni emozionanti sono le musiche di Wolfgang Rihm che penetra metaforicamente nell’ ampiezza contemplativa delle estensioni infinite del deserto. Con Karin Rehnqvist si assiste alla traduzione dell’impeto o della quiete naturale tramite la spaziosità e l’irruenza dei tamburi, dei flauti in un miscuglio di passaggi lievi e torrenziali. Si apparentano alla tematica delle voci della natura trasfigurata e insieme immersa nel vortice di una umanità primordiale e raffinata , cinque autori le cui note sono interpretate con estrema raffinatezza dalle musiciste Silvia Mandolini (violino) e Brigitte Poulin (pianoforte). Nella musica di Witold Lutoslawski, Luciani Berio,Giorgio Magnanensi,Ana Sokolovic,IannisXenakis natura-società, corpo- psiche trasudano notturni e soleggianti distese percosse da cavalcate e ritmi di folklore, scampanii e ronzii di alati. L’orchestra sinfonica della Fenice esalta la rapsodia infernale di Louis Andriessen accentuata dalla bravura canora di Cristina Zavalloni Perez Ramirez e Béla Bartòk focalizzano un’altra tematica di questo festival :la disamina del corpo il cui rapporto istintivo con la musica suggerisce violenza e mitezza, liricità e tragedia. Un festival multiforme che persuade e invoca una legittima presenza nella società attuale per immetterci iniezioni di scelte del bello e dell’armonia per reagire alle banalità dominanti.
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