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LUOGHI, ARTISTI, IDEE DI UN TEATRO "AL LIMITE"Intervista a Roberta Da Soller e Susanna Piccindi Marianna Sassano Un teatro di ricerca come Terzo Paesaggio, come luogo di luoghi di confine, di stanze emotive e culturali periferiche, di marginalità produttive che dall’intrinseca condizione di decentramento trovano senso, coscienza, sostanza. Un teatro di ricerca Al Limite: ed è questo infatti il titolo del festival che, alla sua prima edizione, ha preso forma nelle idee di Roberta Da Soller di S.a.l.e. Docks e Susanna Piccin, che ne hanno curato la direzione artistica, e ha trovato la sede in un luogo esso stesso residuale - i Magazzini del Sale di Venezia.
Tema centrale del festival, che si è svolto dal 2 al 7 maggio e ha visto confluire nel programma spettacoli (Motus, Garten, Arearea, Macelleria Ettore, Margine Operativo), incontri e un bando per performer, il rapporto del teatro di ricerca con gli spazi urbani e metropolitani ad esso (non) riservati.
Perché, come recitano le note di presentazione del festival, “moltissime compagnie o singoli sperimentano nuovi linguaggi e nuove forme, fuori dai circuiti conosciuti, sviluppando un proprio stile e ritagliandosi una dimensione in quegli interstizi che spesso il vasto mondo del teatro ignora”. Ne parlano Roberta Da Soller e Susanna Piccin.
Dal nulla è nato Al limite. Non dal nulla culturale, ma da una situazione di assenza di questo tipo di esperienze in questo territorio. Qual è la genesi dell’idea del vostro festival? Roberta Da Soller: Al limite è un’idea nata all’interno del S.a.l.e., ed è qui che la dobbiamo contestualizzare. Il S.a.l.e. nasce nel 2007 con l’occupazione prima e l’assegnazione poi dello spazio dei Magazzini del Sale. Il progetto parte e si sviluppa da un’analisi del territorio: Venezia vive di una cultura fatta da studenti, neolaureati e lavoratori a cui però il ruolo di produttori di cultura non viene riconosciuto. Il S.a.l.e. nasce quindi come elemento di rottura rispetto ai nostri vicini di casa - la collezione Pinoult, il Museo Guggenheim, tanto per dare qualche esempio - per fare della produzione culturale. Ma soprattutto per farla attraverso un’inchiesta sul territorio e sul mondo dell’arte, producendo argomenti critici sulla contemporaneità. Il progetto di creare un festival di teatro nasce qui dentro, dall’idea che il teatro non possa essere escluso dall’analisi dei problemi che sta attraversando l’ambito culturale in questo periodo storico. Sentivamo l’esigenza di creare un momento di confronto e di inchiesta anche sul teatro, in maniera organizzata e puntuale: in questi anni un’esperienza simile in ambito teatrale, al S.a.l.e., non l’avevamo mai sperimentata. Il titolo che avete scelto, Al Limite, rimanda a un limite probabilmente metaforico, ma sicuramente reale e concreto: c’è un limite tra ciò che è considerato teatro, e ciò che non lo è, tra ciò che è considerato cultura e ciò che non lo è, tra luoghi adatti alla cultura e luoghi non… Susanna Piccin: È esattamente questo il punto. Ci siamo resi conto che il teatro di ricerca è in una situazione particolare: una sorta di fascia di mezzo, tagliando proprio con l’accetta, tra i teatri stabili e di innovazione, e gli emergenti. La ricerca assume quindi un punto di vista inusuale, quello di chi può guardare le cose sia dal di dentro che dal di fuori. Ci siamo ritrovati nel paragone che il critico Andrea Porcheddu fa tra il Manifesto del Terzo Paesaggio, che è un testo di urbanistica, e il teatro di ricerca di oggi, per tutte quelle sue situazioni di marginalità, residuali. RDS: Il teatro è considerato, come gran parte della cultura, eccedente, come qualcosa di superfluo… In realtà, personalmente credo che davvero molto teatro oggi sia eccedente: moltissime produzioni potrebbero anche non vedere la luce e questo non causerebbe particolari danni all’umanità, anzi… RDS: Probabilmente è una fetta di teatro che non a che fare con la gente: grandi produzioni che ormai sono business, imprenditoria. Credo però che ci sia una grossa parte del teatro di ricerca che rappresenta spesso l’innovazione e l’eccellenza e che viene considerata invece eccedente. Come la cultura in generale: basti pensare ai corsi universitari, o ai professori - forza lavoro in eccesso. Allargando paradossalmente il pensiero, l’umanità stessa viene considerata eccedente. C’è appunto un paragone metaforico tra il Terzo Paesaggio, e le sue zone abbandonate a se stesse, e gli spazi che vengono utilizzati per la produzione culturale: che non sono più quegli spazi normalmente adibiti alla scena, ma altri luoghi considerati residuali come capannoni, o la conigliera di Anagoor, per fare un esempio noto nel nostro territorio… SP: … luoghi che avevano una funzione, l’hanno dismessa, e sono diventati qualcos’altro. Ed questo è ciò che volevamo indagare: non solo nella produzione ma anche nell’organizzazione. Il luogo in cui siamo ne è un esempio. Questi spazi ci interessano particolarmente; ovviamente non volevamo solo limitarci ad analizzare la mappa di questi luoghi, ma da lì partire, utilizzarla quasi come pretesto, per provare a capire la situazione attuale, perché si è arrivati a questo, e per provare ad accennare a dove si sta andando, suggerendo una direzione. Questo ha probabilmente molto a che fare con il ruolo dell’organizzatore, cioè chi non è sul palco, ma da fuori decide le linee culturali da proporre al territorio in cui vive. E la risposta degli artisti che hanno lavorato qui dentro, invece, qual è stata? SP: Il festival è autoprodotto e autofinanziato: non potevamo permetterci di pagare i cachet pieni alle compagnie, perciò abbiamo chiesto agli artisti di aderire a un’idea, di venire qui per partecipare all’invio di un messaggio condiviso. Le risposte sono state diverse l’una dall’altra, ma tutti hanno sposato pienamente la causa: tutti si sono sentiti parte di una cosa che nasceva dal basso, così come tutti erano consapevoli del fatto di non poter pretendere anche banalmente di trovare tutta l’attrezzatura tecnica per le loro performance. Gli artisti di Al limite hanno capito che nessuno di noi fa questo da dieci anni, e che non lo stiamo facendo professionalmente: motivo per cui siamo stati ancora più bravi nell’esserci riusciti. È troppo retrò se diciamo che da qui parte una “denuncia”? RDS: Denunce se ne fanno in continuazione ogni giorno, in tutti i modi. Da qui parte un momento di inchiesta: e quando si inchiestano delle situazioni si arriva inevitabilmente a una verità che denuncia. Da qui parte anche un percorso di ricerca e di volontà a continuare a produrre cultura: più la si fa e più ci si rende conto che ce n’è bisogno. Certamente non si può prescindere dal luogo in cui Al Limite nasce: i Magazzini del Sale sono una realtà di mezzo tra un centro sociale e un centro culturale. Il festival nasce da un movimento sociale e politico: ogni cosa che viene fatta qui dentro ha uno scopo che serve a mettere in evidenza delle contraddizioni che la nostra contemporaneità ci mette davanti al viso. SP: Il tema stesso del festival è collegato al senso del luogo. Analizzare la metropoli, gli spazi al limite, al margine, il fatto che in luoghi particolari avvenga la produzione culturale, vuole essere un modo per capire che tipo di cambiamenti sono avvenuti nei rapporti sociali, nella città. Di fatto il senso del festival è assolutamente collegato all’attivismo politico. Al limite ha scatenato polemiche, o buone sinergie? RDS: Fastidio ne ha dato, e questo ci ha fatto piacere. Sorpresa, anche. È piaciuta l’idea. Quando a settembre parlavo di questo festival, senza saper bene cosa sarebbe stato, c’era incredulità. L’aver chiamato compagnie note, costruendo una proposta strutturata anche attraverso gli incontri, ha creato una sorpresa. Al limite ha avuto le sue soddisfazioni sia nel bene che nel male, e ne siamo contente. Una parte del pubblico, ad esempio, ci ha lasciato perplesse: moltissimi studenti e attori che vivono a Venezia non sanno ad esempio chi sono i Motus… e parliamo di persone che studiano teatro all’università! Proprio la componente del pubblico che avrebbe dovuto essere più recettiva e più coinvolta in realtà si è dimostrata distratta. C’è da pensare. Nella foto di Marianna Sassano: Roberta Da Soller (sx) e Susanna Piccin (dx)
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