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La "Lezione di cinema" di Giorgio DirittiUna tensione realistica e simbolicadi Rinaldo Vignati A Bologna, nella chiesa di S. Maria della Vita c’è una scultura risalente alla seconda metà del ’400 di Niccolò dell’Arca (Il compianto di Cristo) che rappresenta con straordinaria forza il dolore di sei figure intorno al corpo di Cristo. Nella “lezione di cinema” che ha tenuto all’Anteo di Milano in occasione della prima del suo L’uomo che verrà, Giorgio Diritti ha detto che durante la realizzazione del film ha più volte fatto visita a questo complesso scultoreo per trovarvi ispirazione: la sua “tensione emotiva e drammaturgica mi è rimasta dentro” e nel film “ho cercato di riprodurre quella sensazione lì, realistica e simbolica allo stesso tempo”. Se i riferimenti cinematografici indicati dal regista – Paisà, il neorealismo, La battaglia di Algeri (“non sono andato a rivedermeli, ma sono cose che ti rimangono dentro”) – sono in qualche modo ovvi, certamente il riferimento a quest’opera d’arte è più inaspettato (ma guardando il film si può notare che tra le statuine del presepe ce n’è una che sembra esplicitamente citarla). La prima spinta a realizzare L’uomo che verrà non nasce però dalla memoria di opere d’arte. Diritti rivendica un modo di fare cinema che è “incontro e condivisione” e dice che la genesi del film sta principalmente nell’incontro con i sopravvissuti della strage di Monte Sole (o di Marzabotto, come più spesso la si chiama) e con i partigiani della zona. Tra il 2003 e il 2004 (quindi prima ancora della realizzazione de Il vento fa il suo giro, il lungometraggio d’esordio, piccolo inaspettato successo) ebbe modo di intervistare queste persone: “La tensione emotiva di quegli incontri, il dolore, la sofferenza, lo smarrimento furono così forti, così intensi” che il regista dice di essersi sentito “moralmente coinvolto” e quindi spinto a progettare questo film. I sentimenti suscitati da questi incontri andavano del resto ad innestarsi su ricordi e dolori personali: “la dimensione dello sradicamento” che gli veniva dai genitori, profughi istriani, “la loro sensazione che qualcosa gli era stato rubato”. “Realismo” (l’accuratissima resa degli ambienti, il dialetto – e qui, ai nomi fatti dallo stesso Diritti e ricordati poc’anzi, va sicuramente aggiunto quello di Olmi) e “simbolo” (la bambina che riacquista la voce nel finale e il suo rapporto col fratellino – un altro riferimento che forse non è inappropriato citare potrebbe allora essere quello dei Taviani de La notte di San Lorenzo) sono chiaramente i due poli dentro i quali si muove, in un delicato equilibrio, L’uomo che verrà. Sul piano del “realismo” Diritti indica come importante una ricerca iconografica fatta alla Cineteca di Bologna sull’archivio di un fotografo imolese degli anni ’40: vedendo quelle foto, il regista dice di essere rimasto colpito dalla povertà degli abiti (“brandelli di tessuti rappezzati”) o delle scarpe (“che i bambini portavano spesso tagliate in punta perché potessero essere usate per più anni”). Ma – aggiungiamo noi – se il cinema di Diritti punta a riprodurre con estrema fedeltà abiti, voci e ambienti, non rinuncia a mettere in scena personaggi di carattere emblematico, esemplare e situazioni da intendersi come rappresentative di fenomeni più ampi. E quindi non si limita a registrare i singoli accadimenti e ad osservare minuziosamente l’ambiente in cui si svolgono. Talvolta si allontana dalla riproduzione per così dire mimetica della realtà e aspira a spiegare, e giudicare, le dinamiche storiche che vi sono sottese. Basterebbe a questo proposito pensare alla rappresentazione della religione, tutta percorsa da un giudizio molto critico (le statuette seppellite, la croce sulla scrivania dell’ufficiale tedesco, ecc.), oppure alla rappresentazione della Resistenza, da un lato esaltata in quanto scelta morale (il discorso di Lupo alle nuove reclute), dall’altro colta in alcune sue degenerazioni (la successiva estromissione dal comando della brigata partigiana dello stesso Lupo, per motivi politici). Quella che è alla base de L’uomo che verrà è dunque un’idea di cinema complessa, in cui la fedeltà della riproduzione della realtà si mescola con una raffinata ricerca figurativa e con ambizioni di analisi di quella stessa realtà.
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