VEDI ANCHE |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
XXIX Olimpiade - Pechino 2008Sport e visibilitàdi Marta Martina Dall’8 agosto 2008 milioni di occhi elettronici scruteranno la Cina.
Una volta ogni quattro anni appassionati di sport e telespettatori di passaggio vengono a contatto con discipline poco visibili, televisivamente molto trascurate.
L’Olimpiade come apparizione mediatica ci impone di parlare di visibilità, organizzazione delle informazioni e memoria.
Gli atleti chiedono "solo sport" ma lo sport chiama in causa la libertà, l’uguaglianza e il rispetto. Se mancano (o se sono mancati), l’Olimpiade diventa il palcoscenico adatto per ricordarlo.
E attraverso la televisione, i milioni di scatti fotografici, la ricostruzione via web, si può cogliere la flagranza del gesto che occuperà un nuovo posto nella memoria massmediale.
Visibilità e rappresentazione sono le parole chiave per leggere al meglio una manifestazione planetaria come quella dell’Olimpiade: il primo livello di visibilità è quello che riguarda sport poco noti che magari passano una Olimpiade come "dimostrativi" e poi si impongono come discipline in competizione. Le Invernali di Torino, per esempio, segnarono l’emersione del curling. Pochi sapevano cosa era, ma la ripresa dall’alto di quella strana sfera captò l’attenzione di curiosi spettatori. Quest’anno potrebbe toccare al badminton con il suo fascino da colonia inglese che per la prima volta vede la partecipazione di una atleta azzurra. Gli sport poco televisivi (che non significa poco telegenici), trascurati dai network hanno atleti che solo in questa occasione possono permettersi di ammiccare agli sponsor e giustamente sperare in una nuova palestra. Come ha fatto la minutissima Vanessa Ferrari, oro in atletica ai Mondiali; il secondo livello di visibilità vede l’Olimpiade ricordata per gli eventi paralleli che uniscono lo sport al tessuto sociale, politico e storico del paese ospite; ultimo livello, l’orchestrazione di una nuova messa in scena che collega la visione alla memoria. Il precedente storico più controverso è rappresentato da Olympia di Leni Riefensthal che impone nuove modalità di ripresa del corpo nell’atto sportivo. Nel film (che documenta Berlino 1936 ed è diviso in due parti: Olympia -Fest der Volker e Olympia- Fest der Schonheit) furono utilizzate molte tecniche cinematografiche innovative e nonostante il monito ariano, la regista celebrò più volte l’atleta di colore Jesse Owens. La macchina da presa registra la potenza del gesto atletico, la telecamera del grande network e l’obiettivo del fotoreporter concorrono insieme a creare immediatamente "la pelle della storia". Che si fa pellicola (ora completamente smaterializzata) e dove la potenza della performance (anche a livello di presa mediatica) è inversamente proporzionale alla sua durata. Il tuffo, lo scatto nella corsa, il salto con l’asta hanno una intensità connessa con la brevità e il guizzo dell’azione. Spesso infatti la concentrazione dello spettatore va alle gare immediate. La finale dei 100 metri, per esempio: pochi secondi e attenzione duplice (dello spettatore e dell’atleta) perché la plasticità del corpo che è sublime materia narrativa cattura con lo scatto e con lo sprint la partecipazione del pubblico. La materia filmabile che si sviluppa su tre livelli, rende l’Olimpiade uno degli appuntamenti più importanti delle vita sociale (mediale e mediata) contemporanea. Non a caso le immagini conficcate nella memoria sono frammenti di realtà che doppiano lo sport. C’è un filo per niente sottile che lega l’Olimpiade al clima politico: i giochi del 1916 furono cancellati. Due atleti afroamericani, durante Città del Messico 1968, eseguirono il saluto delle Black Panther.
Gli Africani boicottarono le Olimpiadi nel 1976. Ai giochi di Mosca, nel 1980, gli USA si rifiutarono di partecipare. Per reazione, i sovietici boicottarono Los Angeles nel 1984. Monaco ’72 è il capitolo più nero della storia dei Giochi; un commando di terroristi palestinesti prese in ostaggio 11 membri della squadra olimpica israeliana.
Durante Atlanta 1996, una bomba piazzata da un estremista cristiano, uccise due persone. E la Cina? Nei mesi che hanno preceduto l’apertura dei Giochi, ha mostrato diversi segni di insicurezza: c’è stata (e rimane) una ipersensibilità alle critiche internazionali; per la repressione contro i separatisti del Tibet; si avverte preoccupazione per la sostenibilità dello sviluppo economico del gigante cinese (la condizione ambientale ha costretto intere squadre atletiche a ricorrere a lenti a contatto speciali e a mascherine filtranti per scongiurare o almeno limitare la respirazione dello smog killer). Nonostante le iniziali promesse di un libero accesso al web per i giornalisti presenti ai giochi, solo qualche giorno fa la censura è stata in parte abolita. La libertà d’informazione è stata da più parti minata, al grido di "Non bisogna politicizzare i giochi" si sono zittite le critiche sui diritti umani. Su piazza Tienamen vige una sorta di damnatio memoriae. Non la si può riprendere liberamente ché subito connessa all’immagine della repressione degli studenti. Per non parlare del percorso tormentato che ha accompagnato il percorso della fiaccola e dei suoi tedofori. E nei Giochi della grande muraglia di fuoco- come è chiamato il complesso apparato di filtri che regolano l’accesso a Internet, può succedere che agli atleti tocchi anche informare. Uno dei principali sponsor dei giochi organizza e gestisce il diario on line e cento atleti di venticinque paesi si trasformeranno in blogger. Allo sguardo anonimo della telecamera televisiva si aggiunge il ricordo in prima persona dell’atleta per tracciare una mappa in evoluzione del corpo telegenico e videizzato, una mappa della mass culture contemporanea. L’Olimpiade diventa memoria generazionale e collettiva (dello spettatore che lega suoi eventi personali ai grandi eventi rituali mondiali) e memoria individuale (dell’atleta che passa alla storia). La copertura totale crea il documento, che non subisce il tempo. Ecco perchè il tentativo di oscurare le parole scomode è già fallito, nell’epoca della convergenza e della sovrabbondanza di accesso alle informazioni.
|
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Applicazione SPIP | Web design HCE s.r.l. |
Registrazione al Tribunale di Venezia n.1491 del 24-09-2004 | Disclaimer | 2008 Creative Commons |










