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"La fabbrica delle donne" di Goffredo BucciniIntegrazione: nuovo millennio, vecchie pauredi Alessandro Rosanò In un paese rimasto impigliato nell’immediato dopoguerra irrompe improvvisamente il nuovo millennio: viene costruita una fabbrica nella quale lavorano soltanto donne. I rapporti all’inizio cordiali tra due mondi contrapposti si risolveranno presto in manifestazioni sempre più crudeli di rabbia e di odio.
Gesuino è un adolescente qualunque la cui esistenza si divide tra il circolo ricreativo di Verlascio, il suo paese, e le avventure con il cugino più grande, Mariano, il suo mito, quello grazie al quale è riuscito a convincere i genitori a prendergli la vespa, quello con cui gioca sempre a calcio balilla (e molto spesso vince), quello che gli spiega continuamente come funziona davvero il rapporto con una ragazza. Ed è proprio questo il suo problema: l’amore per una ragazza calabrese‚ Gemmarossa, la quale lavora nella nuova fabbrica aperta alle porte del paese. Perché se è vero, come sostiene Gesuino, che Verlascio è un paese talmente inutile da venir “schifato perfino dalla camorra”, è anche vero che qualche imprenditore non si è lasciato sfuggire la possibilità di creare una nuova realtà economica in una zona depressa, riuscendo così ad ottenere dei finanziamenti. Allo stabilimento lavorano soprattutto ragazze straniere, provenienti dall’Europa dell’est come dal Centr’Africa come dal Medio Oriente. All’inizio sembra che tutto fili liscio, che le ragazze si siano perfettamente integrate nella comunità di Verlascio, sia con le donne (con le quali intrattengono dei fitti scambi commerciali) sia con gli uomini (più di uno trova una compagna). Tuttavia, a poco a poco, una violenza sempre più istintiva, sempre più atavica, sempre più incontrollabile monta tra i cittadini, trovando sfogo sui corpi delle povere lavoratrici. E anche Gesuino, un po’ meno adolescente e un po’ più adulto, viene coinvolto in quelle vicende ed è posto infine dinnanzi ad una scelta. Con un linguaggio popolare e autentico, con una leggerezza di tocco inconsueta, Goffredo Buccini riesce a trattare uno dei temi di maggior rilievo degli ultimi anni: quello dell’integrazione. In uno Stato quale l’Italia, che a partire dalla seconda metà dell’Ottocento ha conosciuto (e in alcuni casi ancora conosce) fenomeni di emigrazione per motivi di lavoro verso la Svizzera, la Germania, il Belgio, le Americhe, o più semplicemente dal Sud al Nord del Paese, quello del multiculturalismo pare essere un obiettivo di là da venire. La diffidenza verso lo straniero si traduce spesso in episodi di intolleranza che, seppure commessi da singoli, sembrano sostenuti dalla maggioranza silenziosa della popolazione. E’ proprio quello che accade a Verlascio, paese immaginario, in cui confluisce molta parte della cronaca italiana degli ultimi anni. Un’ulteriore traccia che si può identificare in questo romanzo è quella dell’emancipazione femminile. Alla fabbrica lavorano solamente donne, le quali cercano di riscattare un’esistenza fatta di privazioni e violenze subite nei paesi di provenienza, ma questo si scontra con la forma mentis degli uomini di Verlascio, disposti a riconoscere in quelle degli oggetti da cui trarre un fugace piacere, tutt’al più delle serve, ma non delle persone in grado di autodeterminarsi. L’idea dell’uomo padrone si scontra con quella nuova realtà e seppur perdente a livello ideale, riesce a prevalere nel caso concreto. Goffredo Buccini, La fabbrica delle donne, Mondadori, 2008, pp. 266, € 17,50.
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