“La festa” di Spiro Scimone

La festa nella via siciliana delle inquietudini

Inconsueta conciliazione tra qualità professionale e efficace sintonia dei livelli di regia, drammaturgia e recitazione: “La festa”, spettacolo presentato in questi giorni al Teatro Aurora di Marghera in occasione della Stagione di Teatro Contemporaneo 2008/2009. Scritto da Spiro Scimone e diretto da Gianfelice Imparato, è stato prodotto in collaborazione con la Fondazione Orestiadi Ghibellina e la Compagnia Scimone – Francesco Sframeli, e da questi ultimi interpretato assieme a Nicola Rignanese.

“La Festa” parla un italiano cadenzato, forgiato da una sintassi di derivazione meridionale, che riecheggia nella parlata degli attori, nei loro dialoghi serrati, caratterizzati da un’umanità vicendevolmente umiliante. Tre personaggi, l’emblema della famiglia dettato da un padre-padrone e beone, dalla schiena insolitamente inarcata e la violenza facile (Sframeli); una madre-serva con le mani conserte sul ventre, sempre ritta e la testa un po’ china (Scimone); e l’unico figlio (Rignanese), debosciato e prepotente, disoccupato e occupato a sfuggire ai modi burberi del padre, nei quali tuttavia, in quei tratti di mediocrità e veemenza può facilmente identificarsi. Al centro di un’analisi microscopica, la quotidianità morbosa della vita familiare, uno strazio consapevole e inconsciamente accettato. I suoi dialoghi scheggiati e ripetitivi per riformulare gli stessi temi o definire gli stessi ruoli.

Su di una piattaforma bianca delimitata da due sezioni verticali, un angolo di cucina quasi vuoto a luci fisse, dove si incontrano e si affrontano le battute monodirezionali dei personaggi, una partitura che segna la vittoria di uno o dell’altro, e quasi mai la continuazione di un discorso. Tre pedine nude senza la forza del confronto, impossibilitate ad uscire di scena, così come dalle loro battute e dal loro essere madre, padre, figlio. Tre umanità che non si cercano e mai si trovano, se non negli scambi verbali minimi e stereotipati, nel ritmo musicale e sincopato scandito da alcune pause sintomo di una tregua fasulla e temporanea. Brevi momenti durante i quali irrompono le musiche di Patrizio Trampetti: la famiglia è congelata, inerme, ma pronta a riprendere il girone infernale della convivenza appena interrotto. La dinamica dell’azione è piatta, fissa su un’interpretazione minimalista del gesto, a tratti comica, che si riflette nel portamento rigido dei personaggi, e nella loro impossibilità di muovere oltre la postura. Le risate sono frequenti, esilaranti, non amare come dovrebbe scaturire dal contenuto del testo, ma ad attenuare involontariamente la tristezza della commedia.

Già conosciuti e pluripremiati per “Nunzio” e “Bar, nel 1997 la Compagnia Scimone – Sfameli con “La Festa”, primo lavoro scritto in italiano, vincono il premio “Candoni Arta Terme” per la nuova drammaturgia; vengono poi inseriti nel repertorio della Comèdie Française, privilegio sin ora concesso solo ai grandi nomi del teatro italiano come Carlo Goldoni, Luigi Pirandello e Dario Fo. Le Monde ha definito il loro teatro “rivelatore di un mondo siciliano arcaico, dove la famiglia è raccontata da un’angolazione grottesca”, ma se l’ambientazione appare erroneamente siciliana, l’inganno svela la condizione dell’universale. Incomunicabilità, dipanarsi ossessivo e ripetitivo di una routine matrimoniale che si richiude in se stessa, artifizio caricaturale per sfuggire alla soluzione dell’ascolto di sé e degli altri.

La Festa
attori: Francesco Sframeli, Nicola Rignanese, Spiro Scimone
regia: Gianfelice Imparato – scene: Sergio Tramonti – musiche: Patrizio Trampetti
www.questanave.com