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"La fortezza della solitudine" di Jonathan LethemL’America in punta di penna, vista dagli occhi di un bambino che poi cresce e diventa adultodi Giorgio Guernier Anni settanta. Dylan Ebdus è un bambino di cinque anni che con i genitori, un’ hippie impenitente convinta sostenitrice della scuola pubblica ed un artista aspirante regista, si trasferisce nel quartiere di Gowanus, a New York, una zona quasi interamente abitata da ispanici ed afroamericani.
Fin dai primi tempi il piccolo Dylan deve fare i conti con la realtà che lo vede minoranza tutt’altro che gradita. Ben presto, però, conoscerà Mingus, un ragazzino di colore, che diventerà il suo migliore amico. Con Mingus, nel corso degli anni, imparerà l’arte dei graffiti, lasciando il proprio tag un po’ dappertutto, inizierà a fumare marijuana, scoprirà il sesso e, soprattutto, grazie ad un anello regalatogli da una specie di uomo volante, diventerà un supereroe. La fortezza della solitudine è un romanzo quasi autobiografico: Jonathan Lethem parte dalla sua infanzia trascorsa a Brooklin (per l’esattezza, nello stesso quartiere in cui vive il piccolo Dylan) e costruisce un’opera, intrisa di rock e fumetti, che non può che non essere sentita, profonda, amara ma anche divertente. In una parola, importante. Importante perché ha la potenza dei Ramones, la classe dei Velvet Underground, l’estro dei Television e l’irriverenza dei Suicide, possiede, in poche parole, una newyorkesità sconvolgente e al tempo stesso appassionante. Anche per chi la New York di qualche tempo fa non l’ha mai vista né vissuta. La fortezza della solitudine è importante, inoltre, perché è un romanzo (pop) di pelle, che meglio di molti altri riesce a spiegare con disarmante facilità ed ironia quali erano le dinamiche che regolavano l’esistenza di certi quartieri newyorkesi degli anni settanta. Grovigli di edifici e case diroccate immersi nel cuore dell’America. Un America che pur non marcando le razze con timbri o pennarelli indelebili le relegava ai loro destini senza che queste potessero in alcun modo opporsi. Bianchi da una parte, tutti gli altri dall’altra. L’opera di Lethem ha la straordinaria capacità di trasformare una parte della storia americana in sublime narrativa, ha il piglio del grande romanzo postmoderno e una freschezza quasi impareggiabile che ti culla per più di cinquecento pagine come se fosse una mamma gentile, una di quelle che ti raccontano le fiabe con trasognata partecipazione, come se le avessero veramente vissute… Appunto. Jonathan Lethem, La Fortezza della solitudine, Il Saggiatore, 2007, pag. 552.
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