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"La forza dell’abitudine" di Thomas BernhardIl circo come metafora della vitadi Michela Tosato Alessandro Gassman porta in scena al Comunale di Treviso il 12, 13 e 14 gennaio un testo di Bernhard, tradotto e adattato dall’attore con la collaborazione di Carlo Alighiero.
“La forza dell’abitudine” è una ricerca introspettiva sull’incapacità di dirsi soddisfatti della propria arte, archetipo per l’arte di vivere, assai più difficile da vivere. Una delle affermazioni che il direttore del circo Caribaldi sentenzia senza lasciare grande spazio alla speranza riguarda proprio la difficoltà del vivere moderno: “noi non chiediamo la vita, eppure la dobbiamo vivere”. Prima dell’inizio dello spettacolo, la scena è aperta a mostrare uno spaccato della preparazione dei circensi alla loro performance (che gli spettatori non vedranno mai). Gli attori accolgono il pubblico interagendo, facendolo accomodare e regalando caramelle: l’inizio della piece è sfumato, quasi a voler portare lo spettatore all’interno di un mondo complesso e ricco di suggestione come quello del circo in maniera graduale e il più possibile concreta e sensoriale. Le vicende narrate sono quelle del circo Caribaldi, dei suoi buffoni, interpretati dai noti clown Colombaioni, di un giocoliere, interpretato da Paolo Fosso, che avanza pretese perché la sua arte venga rivalutata, di un domatore, un bravo Sergio Meogrossi, che è costretto a fare un mestiere che non gli piace e non gli riesce, di una ballerina, troppo piccola per affrontare i sacrifici che lo spettacolo impone. Ma il personaggio che guida e unisce tutte queste storie di non realizzazione è il Sig. Caribaldi, che oltre a pretendere il sacrificio e l’esercizio continuo dai suoi subalterni, anela disperatamente da vent’anni ad un risultato irraggiungibile: eseguire il quintetto de La Trota di Schubert. L’ossessione di Caribaldi per raggiungere quell’unica esecuzione perfetta, non è altro che la trasposizione del nostro senso di inadeguatezza rispetto a tutto ciò che facciamo: il voler raggiungere sempre qualcosa o qualcuno al di là del limite. Inoltre Gassman con quest’opera ricca di spunti, propone una riflessione sulla vita dell’attore e dell’artista (“chi crede ad un artista è uno sciocco”) e lascia qualche amaro pensiero sulla difficoltà dell’uomo di essere perfetto: “tutto sotto controllo, nulla è più malefico del pressappochismo”, “perfezione, vita natural durante. Se smetti sei morto”. Nello spettacolo qualcosa di perfetto si riesce a scorgere: la performance di un attore completo come Gassman, che si cala nei panni del direttore del circo il maniera egregia, annullando la propria fisicità per divenire un personaggio cupo, che fa sorridere per l’assurdità di alcuni atteggiamenti ma che lascia trasparire una tristezza e un’amarezza quasi decadente. Anche alla regia Gassman si conferma come un ottimo professionista, regalando al pubblico un’opera ben curata sia negli elementi scenici (che vedono le scene curate da Gianluca Amodio, i costumi di Helga H. Williams, le musiche di Roberto Pivio e Aldo De Scalzi e le luci di Marco Calmieri), sia nell’approfondimento psicologico dei personaggi che comunica in maniera chiara il disagio dell’artista e dell’uomo comune nell’affrontare le prove che la vita sottopone. Prove che inevitabilmente non vengono superate dai personaggi della piece: nemmeno il sacrificio trascinato dalla forza dell’abitudine e dalla bonaria tirannia del direttore bastano alla riuscita del quintetto, che, nell’ultima scena, viene eseguito per la prima volta in diretta mondiale alla radio. Accompagnato dalla delusione e dal dolore di Caribaldi per non essere riuscito a raggiungere la propria utopia.
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