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"La gabbia. Figlia di notaio" di Stefano MassiniDietro le sbarre della scritturadi Vega Partesotti Gli spettatori prendono posto sui tre lati di una grande gabbia, che occupa tutta la scena. Al suo interno due donne, una ancora giovane, l’altra già matura: una madre e una figlia, che non si vedono da undici anni, si fronteggiano. La gabbia è il parlatorio di un carcere dove la figlia è detenuta per atti di terrorismo e banda armata. La madre, una scrittrice di successo, si è decisa dopo anni a andare a trovarla, apparentemente per indurla a dissociarsi dal suo ex gruppo di appartenenza e beneficiare così di uno sconto di pena.
La figlia però non ha abbandonato né ammorbidito le sue convinzioni politiche, che si mescolano al risentimento verso il mondo borghese dei genitori (il padre, il notaio del titolo, rimane sullo sfondo, solo nominato). Inizia così un dialogo serrato, fatto di recriminazioni reciproche e di posizioni inconciliabili, che, in un crescendo di tensione, culmina con le pesanti accuse della figlia alla madre, intellettuale “collusa” con il sistema: come la madre stessa è indotta ad ammettere, il successo è possibile solo se non si dà fastidio a nessuno, se non si dicono – o scrivono – parole “scomode”. La figlia usa termini ideologicamente connotati e ormai logori, che tuttavia, in seconda battuta, acquistano la forza della verità. A poco a poco, diventa chiaro che la gabbia non è solo quella fisica del carcere ma soprattutto quella dei ruoli e delle identità che ciascuno di noi si costruisce nel corso della vita (“ciò che sappiamo fare meglio diventa la nostra gabbia”). La scrittura, motivo di conflitto (la figlia rimprovera più volte alla madre di non saper parlare che attraverso i suoi romanzi, la madre rivendica la totale identificazione con ciò che scrive), è anche, come si scopre alla fine, la vera ragione dell’incontro. Un libro, una sorta di diario che la reclusa ha scritto in carcere e spedito a un editore, e che la madre ha letto con ammirazione e, forse, con una punta di invidia per la cruda sincerità di cui lei non è capace: è questo il motivo che ha spinto la donna a voler rincontrare la figlia, per indurla a completare il lavoro appena abbozzato. Un testo duro, che al di là della specifica situazione, a volte tratteggiata in modo un po’ convenzionale, incalza lo spettatore mettendolo di fronte a crude verità. Due attrici, Maria Cristina Valentini (la madre) e Luisa Cattaneo (la figlia) che hanno raggiunto una sintonia profonda tra loro e con la drammaturgia, interpretata con ritmo serrato e coinvolgente. La Gabbia, nato come “esercizio di scrittura” a partire dal rapporto tra donne e terrorismo, fa parte di una “trilogia del parlatorio” ancora in progress, il cui filo conduttore è costituito dal confronto fra due personaggi chiusi in uno stesso spazio angusto. L’autore, che è anche regista dello spettacolo, è un drammaturgo appena trentenne, Stefano Massini, che sta raccogliendo molti consensi di critica: nel 2005 ha vinto il Premio Tondelli con “L’odore assordante del bianco” e una raccolta di suoi testi sarà presto pubblicata da Ubulibri. LA GABBIA. FIGLIA DI NOTAIO Drammaturgia e regia: Stefano Massini Con Maria Cristina Valentini e Luisa Cattaneo Scenografia: Paolo Li Cinli Luci: Paolo Magni
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