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"La strategia degli affetti" di Dodo FioriIl bamboccione e il suo papàdi Rinaldo Vignati Il sedicenne Matteo è un ragazzo goffo e impacciato, nel quale il padre, uomo di successo, fatica a riconoscersi (lo confronta con i figli di suo fratello, ben più scafati e intraprendenti). Le cose cambiano quando in casa loro si installa Nina, la figlia di un amico del padre ricoverato in ospedale. La voglia di crescere di Matteo si interseca col desiderio che Nina fa nascere e coi segreti nascosti dietro al successo del padre.
Come già nella sua opera prima (Il silenzio intorno, 2006), anche in questo suo secondo film – ambizioso ma decisamente mal riuscito – Dodo Fiori torna a occuparsi del conflitto padre-figlio. Vi sono due linee tematiche che si sovrappongono in questo lavoro. La prima è di carattere “sociale”: la denuncia di un mondo altoborghese in cui gli affetti sono subordinati alle strategie e in cui le buone maniere nascondono la violenza, la sopraffazione e una rigida divisione di classe (che condanna alcuni al ruolo di vittime sacrificali, lasciando altri in quello di carnefici impuniti). Sembrerebbe talvolta di trovarsi in una versione “de noantri” di Io sono l’amore. In entrambi i casi ci sono i rapporti “ingabbiati”, dominati dal possesso delle cose (ma lontani dalla vera natura delle cose – il breve dialogo sull’insalata tra Matteo e Nina), all’interno di una famiglia altoborghese. In entrambi c’è l’arrivo di un elemento perturbatore, legato all’esplodere del desiderio. In entrambi lo sport (qui il rugby, là una gara di canottaggio) serve come metafora di una concezione competitiva della vita. In entrambi si assiste a un pranzo col vecchio patriarca a capotavola (qui lo interpreta Remo Remotti). Sul padre di Matteo, e ancor più sullo zio, è appiccicata una connotazione apertamente negativa. Nel finale, la faccia attonita del protagonista (che ha alcuni tratti, anche fisici, in comune col ragazzo de Il figlio più piccolo) sembrerebbe evidenziare l’impossibilità di uscire dalla gabbia di questi rapporti e l’impossibilità di trovare in essi la propria realizzazione individuale e la felicità. Ma a questa linea tematica se ne sovrappone un’altra, di carattere “psicologico”, che fa sembrare La strategia degli affetti una rozza traduzione cinematografica di quei libri sulla riscoperta della mascolinità e sul ruolo del padre (come quelli dello psicoanalista Claudio Risé – Il padre. L’assente inaccettabile, ecc.), con la loro denuncia del vuoto lasciato nella società occidentale dall’espropriazione del ruolo educativo del padre e con il loro auspicio a ridare centralità a questa figura e alla sua capacità di dare significato alle prove della vita. In questa seconda linea tematica, il padre emergerebbe come personaggio tutto sommato positivo (è lui che cerca di far uscire Matteo dalla condizione infantile a cui lo relegano le attenzioni materne). E infatti, i momenti in cui il padre è presente e, riappropriandosi del proprio ruolo (“non dobbiamo dirlo alla mamma”), aiuta il figlio a diventare “grande” (il dialogo in auto dopo l’“incidente” sul campo da rugby, la bevuta di birra, il permesso di andare in autobus) sono rappresentati con tono compiaciuto e sguardo complice. E che il film sia in qualche modo attratto da questo tipo letteratura (e la traduca nei modi più rozzi) è testimoniato dal carattere ultra-macchiettistico, e dalla connotazione negativa, dell’amico omosessuale di Matteo. Insomma, per riassumere, Matteo è un bamboccione che ha bisogno di essere svezzato da un padre che, riappropriandosi del suo ruolo, lo faccia diventare uomo, oppure è una figura che non vuole avere fondatezza psicologica ed è da vedere piuttosto come una maschera che serve a portare alla luce la falsità dei rapporti nell’alta borghesia? La sovrapposizione di queste due linee tematiche, e di questi due approcci alla costruzione del protagonista, rende il film confuso e ambiguo (e questa ambiguità conferisce un sapore particolarmente sgradevole agli sviluppi finali). Il problema è che per far convivere queste due linee tematiche occorreva un regista capace di osare di più sul piano cinematografico, per esempio seguendo la via, irta di ostacoli e di rischi, del melodramma. Fiori non ha la forza per avventurarsi su questa strada e sceglie piuttosto una via espressiva che appare vicina a una soap opera spenta e priva di vita. A questo – oltre alla presenza, come si diceva, di personaggi macchiettistici e di situazioni poco verosimili (che Matteo non abbia mai preso l’autobus e che questo possa addirittura essere rappresentato come una sorta di “rito di iniziazione” appare del tutto fuori dalla realtà…) – si aggiungono poi dei dialoghi legnosi e frettolosi (ad esempio, le differenze sociali e linguistiche tra la famiglia di Matteo e la ragazzina ospite richiedevano di essere lavorate meglio). Titolo originale: La strategia degli affetti Nazione: Italia Anno: 2009 Genere: Drammatico Durata: 80’ Regia: Dodo Fiori Cast: Paolo Sassanelli, Marta Iacopini, Davide Nebbia, Nina Torresi, Dino Abbrescia, Joe Capalbo, Lucia Modugno, Remo Remotti Produzione: DNA Cinematografica in collaborazione con Rai Cinema Distribuzione: Cinecittà Luce Data di uscita: 27 agosto 2010 (cinema)
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