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"La tirannia dei valori" di Carl SchmittValore: significato, abuso e rischidi Alessandro Rosanò “Valori non negoziabili”: negli ultimi tempi è capitato spesso di sentire quest’espressione, nell’ambito del dibattito pubblico, in bocca a politici ed esponenti delle gerarchie ecclesiastiche. Un insigne giurista, Carl Schmitt, cinquant’anni fa, si confrontò con il problema dell’uso sconsiderato della parola Wert (valore, in tedesco) e con i pericoli nascosti dietro di essa.
Nell’autunno del 1959, Ernst Forsthoff, giurista tedesco, invita il suo amico e insegnante Carl Schmitt ad intervenire ad un seminario, da lui organizzato presso Ebrach, un piccolo paese vicino Würzburg, sul tema Il passaggio dal XIX al XX secolo. Forsthoff parla di “Virtù e valore nella dottrina dello Stato”, Schmitt concentra la sua attenzione sul significato della termine valore e le sue riflessioni sono ora contenute in questo libretto, pubblicato da Adelphi. Partendo dalla lezione del suo maestro, il sociologo Max Weber, Schmitt identifica nel valore qualcosa di posto dal libero arbitrio dell’uomo, senza alcuna obiettività, senza alcun ragionamento scientifico sottostante. Ossia, “ciò che vale” dipende esclusivamente dal “punto di attacco” (il punto di vista) assunto dal singolo, sulla base di una valutazione soggettiva. E l’espressione “punto di attacco” non è scelta a caso, perché sottintende, come scrive Schmitt, “la potenziale aggressività immanente ad ogni posizione di valori”, per meglio dire il fatto che la determinazione del valore comporta anche la determinazione del suo contrario, il non-valore (tutto quanto sia diverso), il quale, proprio perché è contrario, non può essere ammesso, dunque va escluso, annichilito. Tirannia dei valori indica allora una situazione di fanatismo, generata dalla profonda convinzione di aver raggiunto la verità, in senso oggettivo, senza rendersi conto di aver solo assunto una prospettiva. E la contrapposizione di queste posizioni può generare conflitti sanguinosi. Completa l’opera un saggio, molto valido, di Franco Volpi, sull’evoluzione del concetto di valore in filosofia. Filosofo del diritto tra i più grandi, Carl Schmitt (1888-1985) vede offuscata in maniera netta la sua importanza per via dell’adesione al nazionalsocialismo, di cui fornì la giustificazione teorica e politica. Soprattutto, nel mondo del diritto, è noto per la tesi del “Custode della Costituzione”, espressione con la quale designa il soggetto istituzionale in grado di difendere lo Stato in una situazione di crisi. Nell’assetto costituzionale della Repubblica di Weimar (1919-1933), questi è il Presidente, abilitato a sostituirsi al Cancelliere per far fronte allo stato d’emergenza e dunque assumere le decisioni che reputi necessarie. Da questa concezione si passa quindi ad una radicale negazione della democrazia e dell’organo rappresentativo di questa, il Parlamento, visto non come espressivo della volontà del popolo, bensì di quella dei partiti; lo stato di diritto è una finzione e va sostituito con lo stato di giustizia, basato sul plebiscito (appunto, espressione autentica del volere popolare); il multipartitismo va sostituito con un sistema a partito unico. Si arriva pertanto all’affermazione di quel cardine del nazionalsocialismo che è il Führerprinzip, il principio di fedeltà al capo, in quanto unico uomo in grado di realizzare la sintesi tra popolo, partito e Stato. A seguito della caduta del regime, viene privato della cattedra e si ritira a vita privata, continuando a lavorare ad alcuni saggi (tra questi Il nomos della terra e appunto La tirannia dei valori). Carl Schmitt, La tirannia dei valori, Adelphi, 2008, pp. 107, € 5,50.
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