“La torre d’avorio” di Ronald Harwood

Quando anche l'arte diventa politica

C’era un tempo in cui gli artisti lasciavano che la vita vivesse da sé, senza bisogno di arte. Quella era al di là del vetro. O meglio, nell’alto di una torre. Lì dove gli artisti osservavano il mondo. Con sguardo distaccato, o con il disincanto dell’intellettuale che già conosce. Con la lontananza di chi ha scelto di fare della bellezza la propria vita, il solo principio, e non lo sporcherà mai con le brutture dell’essere. Questa era la torre d’avorio. Questa, la convinzione di “art for art’s sake”. Niente altro.

In un commissariato della Berlino del 1946 è il momento di smascherare i sostenitori del regime nazista. Viene convocato, così, Wilhelm Furtwängler, forse il più grande direttore d’orchestra del tempo. Sicuramente il più apprezzato nella Germania dell’epoca. Figura controversa: mai iscritto al partito, eppure considerato il “musicista del regime”. La pièce affronta il delicatissimo tema del rapporto tra arte e politica. Se la prima possa essere a servizio dell’altra. Fino a quanto esse possano essere due entità separate, quanto la prima possa tacere di fronte alle scelleratezze della seconda. Disinteressarsene.
Un eccellente Massimo De Francovich, nei panni di Wilhelm Furtwängler, afferma con veemenza l’unica missione della sua vita: il portare sollievo al popolo della nazione che ama, la Germania, con la musica. Qualcosa che possa superare qualsiasi barriera, qualsiasi pregiudizio. E questo anche a costo di convivere con la cieca ideologia della razza. Convivenza obbligata che pur gli ha consentito di lottare da “dentro”. Perché fuggire è da codardi e certo lui non avrebbe potuto tradire la sua missione. Dall’altra parte, Luca Zingaretti. Ancora una volta nelle vesti del commissario, in una parte televisivamente troppo famosa. Il richiamo al siciliano Salvo Montalbano è immediato e, il pur bravo Zingaretti, è inesorabilmente succube di quel suo stesso personaggio. Più a suo agio nel piccolo schermo, la sua è una recitazione esasperata, poco centrata. Suo collaboratore, Peppino Mazzotta (ispettore Fazio ne Il Commissario Montalbano), nei panni di David, un ebreo tedesco cresciuto in America. (Nuovo richiamo al film, un errore). Il giovane, pur avendo perso i genitori per l’orrore delle persecuzioni naziste, dimostra una sensibilità maggiore rispetto a quella del suo superiore, e una grande riconoscenza nei confronti di Furtwängler, che con la sua musica gli ha insegnato a sognare.
Nel complesso, un soggetto splendido, ricco di spunti. Ma certo difficile da rendere. Recitazione forse un po’ troppo ridondante e un Luca Zingaretti, dispiace dirlo, fuori luogo.

di Ronald Harwood
con Luca Zingaretti e Massimo de Francovich
e con Peppino Mazzotta, Gianluigi Fogacci, Elena Arvigo
regia Luca Zingaretti

CONDIVIDI
Articolo precedente“Qui e ora” di Mattia Torre
Prossimo articolo“L’ultima Thule” di Francesco Guccini
Laura Berlinghieri
Nata a Venezia. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, quarto anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base e Young.it. Giornalista pubblicista. Attualmente scrivo per Spettakolo.it.