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Le basi morali di BanfieldMezzo secolo fa in Basilicatadi Chiara Lostaglio L’immagine della famiglia meridionale, intesa come nucleo strutturato delle relazioni individuali, sociali, affettive, economiche e perfino politiche, si impone come tratto distintivo nella rappresentazione del Mezzogiorno d’Italia già negli anni Cinquanta. L’Italia, da poco uscita dalla guerra, cerca di risollevarsi, guardando con fiducia al futuro. Nel Mezzogiorno in particolare, con l’intento di studiare gli atavici problemi sociali indicati dai grandi meridionalisti (come Giustino Fortunato), si ritrovarono diversi ricercatori presso il Centro di specializzazione e ricerche economico–agrarie per il Mezzogiorno di Portici, oltre che presso il Centro studi dalla rivista “Nord e Sud’’, presso la Svimez. Insieme ad essi anche alcuni sociologi ed antropologi statunitensi venuti appositamente in Italia e in particolare in quelle aree più depresse come il Sud. Erano tutti animati da una forte tensione riformista, per approfondire quelle tematiche legate all’inserimento e alla resistenza allo sviluppo della civiltà meridionale, ritenuta restia ad uscire dagli schemi tradizionali. In questo contesto prende forma l’indagine antropologica di Edward Christie Banfield (1916-1999), il quale giunge in Basilicata in un paesino dell’appennino, Chiaromonte, in provincia di Potenza. Cinquant’anni or sono, nel 1958, dopo un intenso periodo di approfondimenti antropologici, darà alle stampe “Le basi morali di una società arretrata” (The moral basis of a backward society”) pubblicato quell’anno negli Stati Uniti, mentre in Italia uscirà tre anni dopo edito da Il Mulino. Un libro tutt’oggi di strettissima attualità, per quanto attiene in particolare alla denuncia del costume di “pensare più a se stessi che agli altri”, al bene proprio più che al bene collettivo. Certo, secondo lo studioso, è una tendenza riscontrabile in particolare nell’area mediterranea, nel sud dell’Europa. Una tipicità individuale e familistica secondo la quale “gli individui di una comunità cercano di massimizzare i vantaggi materiali ed immediati del proprio nucleo, supponendo che gli altri si comportino alla stessa maniera”. Il benessere del proprio nucleo rimane l’esclusivo input dei comportamenti dei singoli individui, comportando, di contro, una certa incapacità di costruire solidarietà allargate al di fuori del nucleo stesso. In tale ottica, Banfield pregiudica con vigore l’aspetto etico e morale: darà dell’amorale (ossia privo di morale pubblica) a quei comportamenti che mancano di “ethos comunitaria”. Non carenti all’interno del nucleo familiare, bensì “nell’assenza oggettiva di relazioni sociali morali fra famiglie”. Un’indagine condotta in Basilicata a 360 gradi, condensata nella discussa pubblicazione del 1958. Attualmente in uso come fonte di studio nella maggior parte delle università americane, il testo ha avuto una celebrazione e una visibilità maggiore mediante recenti “celebrazioni” proprio nel paesino lucano “oggetto” dell’indagine socio-antropologica dello studioso americano. |
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