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"Le dimensioni del mio caos" di CaparezzaUn ritrovato concept-album a incoronare un talentodi Emanuele Rauco Quando qualche anno fa, la sua canzone Fuori dal tunnel spopolò tra giovani e trasmissioni tv, qualcuno cominciò a pensarlo come un nuovo Piotta, una sorta di rapper atipico che usava melodie e ritornelli per accogliere facili consensi, per giocare con immagini e immaginari, e diventare una fabbrica di tormentoni. Ma poi, ascoltando meglio gli altri suoi brani, specie nel disco successivo, si è capita la vera pasta di Caparezza, quella di un cantautore libero e inventivo nell’uso dei linguaggi. Si presenta nel 2008 con nuove ambizioni, alla ricerca di un salto di qualità. Che puntualmente arriva.
Perché Le dimensioni del mio caos è un concept-album, cioè un disco retto da una sola idea, e da una storia raccontata attraverso le canzoni, pratica che in Italia (ma non solo) è stata di solito relegata ai gruppi i rock progressive: il rapper pugliese lo definisce fotoromanzo, e la definisce si addice bene, a questo racconto del nostro paese, delle sue squallide e dolorose contraddizioni, filtrate ironicamente e con una certa sana acidità dal racconto di Ilaria, ragazza del ’68 portata ai giorni nostri da una falla spazio-tempo e che permette a Caparezza di viaggiare attraverso le sfumature impensate del nostro paese. Soprattutto quello che preme al nostro, è raccontare la temperie culturale dell’Italia degli anni ’00, fatta di revisionismo storico, ignoranza culturale, spostamento a destra di ogni valore sociale e politico, dove quelle che erano le idee e le conquiste dei nostri padri, sono state distrutte dalla mediocrità dei loro figli. Per questo sguardo disincantato, indignato ed estremamente vitale sul nostro paese, Caparezza approfondisce il suo discorso sonoro tangente a molti generi, figlio del crossover intelligente made in USA che va dal rock – anche duro – alla musica popolare italiana, il tutto condito con modi e stilemi del rap. Mai come in questo disco però, anche coerentemente con l’ispirazione narrativa e musicale (la rivoluzione rock), le chitarre la fanno da padrone, mirabilmente fuse con un uso dell’elettronica moderno e avvincente: già dal riff iniziale di La rivoluzione del sessintutto, si capisce il tono ironico ma arrabbiato del disco, che spazia dalle fanfare e le marcette di La grande opera e Il circo delle pantegane, fino ai dirompenti ritmi di Abiura di me o Vieni a ballare in Puglia, taranta contemporanea contro gli stereotipi salentini. Oppure piccole gemme di puro rap, come Non mettere le mani in tasca, o Eroe (Storia di Luigi delle Bicocche), uno degli “inni” operai più toccanti della musica italiana. Il racconto, traccia dopo traccia, diventa un mero pretesto, ma lo sviluppo della storia si chiude con un ritorno alle origini, come fosse un 2001: odissea nello spazio in chiave musicale, gridando con rabbia la superiorità delle scimmie bonobo (felici e pacifiche nel loro giocare, mangiare e fare sesso etero ed omosessuale) sul genere umano. Che forse non si merita un disco complesso e potente e un’artista acuto come il nostro Caparezza.
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