“Le ombre rosse” di Francesco Maselli

Né il pane né le rose

Fuori Concorso
A un intellettuale da cattedra e studiolo, il professor Siniscalchi, capita quasi casualmente di entrare in contatto con un agguerrito gruppo di giovani che nella periferia romana ha dato vita ad un multiforme progetto di cultura libera, in un ex-teatro cinematografico trasformato in centro sociale polivalente, nonché in sala d’accoglienza per i senza tetto. Da questo fortuito incontro scaturirà un progetto ambizioso, che però verrà fiaccato dagli annosi difetti della sinistra italiana.

Se si fa il nome di Maselli vengono automaticamente in mente parole come militanza, impegno politico e cinema di discussione intellettuale. La produzione e l’opera di Citto è variegata e ha radici profondissime, e già per questo si è contenti nel rilevare il calorosissimo saluto che il pubblico della Mostra gli ha riservato prima della proiezione in Sala Grande. L’accoglienza al maestro del cinema da sinistra battagliera è coincisa con la consegna del Premio Bianchi e con un altrettanto cordiale applauso riservato ai grandi vecchi del cast di questo Ombre rosse: Lucia Poli, Roberto Herlitzka e soprattutto Arnoldo Foà. Con queste premesse non ci si poteva certo aspettare un’operina di intrattenimento, ma è un sincero dispiacere dovere comunque confessare che l’ultimo film di Maselli soffre purtroppo di quell’autoreferenzialità senza troppi sbocchi e contatti con la realtà che egli stesso vuole evidenziare con il soggetto ed il suo un po’ farraginoso svolgimento.

Passi che sia un film “di sinistra”, dedicato dunque a un pubblico ristretto di sfigati combattenti idealisti come è il sottoscritto; passi anche che esso possa pagare lo scotto del film a tesi che non può che dipanarsi attraverso il contrasto dialogico a scapito del non-detto; passi anche che l’impeto politico prenda il sopravvento sulla coerenza strutturale. Ma non si può perdonare nel complesso un simile snaturamento dell’arte cinematografica. Fra i problemi delle avanguardie europee di sinistra di inizio Ventesimo secolo (ma anche successive) c’era quello di non sottomettere l’opera d’arte a forme da comizio e il rischio di mettere in versi o trasformare in racconti le direttive di partito o gli slogan volontaristici della linea generale.

Siccome “l’arte non cuoce il pane” e la mia personale opinione è che blaterare di politica al cinema non smuova di un’unghia i rapporti di potere, con questa considerazione di cultura in senso lato volevo far notare la triste realtà che un pamphlet sindacalista come è quest’ultima, sentita, sincera quanto si vuole opera di Maselli, non apporta linfa nuova né risultati emotivi o di convincimento alla trita discussione sulla crisi delle sinistre italiche. Per dimostrare sulla base di un impianto teatrale e con una certa prosopopea interpretativa del cast che il pensiero progressista della penisola non riesce ad agganciarsi ai bisogni vitali della base o dei gruppi più attivi (gli studenti, gli operatori umanitari, il movimentismo) non credo sia necessario imbastire un film-saggio. Ne ha detrimento l’arte cinematografica, derelitta a ruolo di tendenziosa portabandiera, ne risulta bagattelizzata in semplificazioni cartacee da dibattito di cellula di partito anche la problematica socio-politica. Sembra di rivedere il sindacalista panciuto di La classe operaia va in paradiso, chiuso in un suo gergo incomprensibile per gli operai, mentre il Militina impazzisce e Volonté perde un dito e il lavoro…

Quando Herlitzka continua a barcamenarsi lungo i binari un po’ eterogenei di docente della scuola Normale (ovvero sia l’abbottonatezza professorale per antonomasia) e i suoi superficiali slanci di ringiovanimento birichino, l’impressione che se ne ricava è piuttosto quella di una caricatura quasi parodica dell’intellettuale lontano dalla realtà. L’“intellettuale” è, bisogna riconoscerlo, uno dei mali della sinistra. Risolvere la crisi degli alloggi, ridare fiducia ai derelitti, opporsi al cancro del berlusconismo conclamato o strisciante: sono tutti compiti per rivoluzionari di professione, per lavoratori pratici, non per scrittori di monografie post-marxiane, né tanto meno per registi prestati alla politica.

No, Maselli, con tutto il rispetto per quello che rappresenti, non è questa la via: non puoi mettere in bocca a figure incerte (mal utilizzato Foà, sbandata la Poli, macchiettistico Luca Lionello) linee politiche da amalgamare (magari!) in romanzo polifonico per immagini: ne esce un pot-pourri a metà fra il saggio istantaneo sulle elezioni (il finale coincide con la data dell’ultima vittoria berlusconiana) e il cinema da agit-prop delle origini leniniste.
Se il fine è quello di smuovere le coscienze, queste si addormentano; se invece l’obiettivo è quello di guadagnare gli oppositori alla propria causa, essi si convincono invece della “giustezza” della propria gaudente ed egoistica posizione.
No caro Citto, è più di sinistra un fotogramma qualunque di Chaplin che questo tuo umbratile rosso sbiadito dialogo con te stesso.

Titolo originale: Le Ombre Rosse
Nazione: Italia
Anno: 2009
Genere: Drammatico
Durata: 91′
Regia: Francesco Maselli

Cast: Ennio Fantastichini, Arnoldo Foà, Roberto Herlitzka, Valentina Carnelutti, Ricky Tognazzi, Flavio Parenti, Lucia Poli, Luca Lionello, Carmelo Galati, Veronica Gentili, Laurent Terzieff
Produzione: 13 Dicembre, RAI Cinema, Cattleya
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: Venezia 2009
04 Settembre 2009 (cinema)