Lewis Hine. Building a nation

Casa dei Tre Oci, Venezia

Lustrascarpe, muratori, sarte e minatori popolano le sale al secondo piano della Casa dei Tre Oci. L’artefice di questo “spettacolo di vita” è un fotografo che tutti dovremmo ammirare, almeno per la capacità con la quale ha saputo trasformare una pratica estetica in denuncia sociale: Lewis Hine.

Come dimostra l’esposizione “Building a Nation”, attraverso la macchina fotografica Hine documenta alcuni anni cruciali per la storia americana. Le 60 vintage print esposte testimoniano la complessa nascita degli Stati Uniti moderni, un paese che racchiude al suo interno tradizioni, culture e lingue differenti, unito da delicati equilibri e comuni speranze. La nazione che Hine ritrae è la vera America, lontana da quel grande sogno che, oggi come allora, attrae immigrati di ogni nazione. All’inizio del Novecento le città oltreoceano offrono una vita dura: lavori sottopagati e pericolosi con brevi momenti di riposo all’interno di case popolari fatiscenti. Protagonista degli scatti è la gente comune, piccole figure con il volto imbronciato sotto il cappello di paglia, macchinisti al comando delle locomotive, operai che si affacciano sull’abisso delle architetture contemporanee. Hine non scatta fotografie, narra storie.

Tra i vari reportage realizzati vi è un particolare interesse per la questione del lavoro minorile. Il fotografo ritrae bambini di cinque anni che raccolgono cotone sotto un sole spietato, ragazzine che filano nelle fabbriche, giovani strilloni nelle strade di città, fanciulli impauriti sulla banchina di Ellis Island. Anche grazie a questa mobilitazione mediatica nel dopoguerra l’America introdurrà le prime norme che tutelano il minore.

A distanza di quasi un secolo la battaglia sociale per l’infanzia ha raggiunto notevoli risultati, purtroppo non possiamo dire lo stesso di un problema di altrettanta fondamentale importanza come la sicurezza sul lavoro. All’alba del secolo breve Hine era sempre lì, inchiodato alla terra arida o proteso nell’azzurro del cielo, accanto a quella classe che costruisce la nazione e che per questo deve pagare sempre un prezzo troppo alto. Certamente oggi sono impensabili le acrobazie degli operai dell’Empire State Building che ancoravano senza protezioni cavi e travi a centinaia di metri di altezza. Ma come dimostra la cronaca quotidiana, un secolo di morti bianche non è stato sufficiente a elaborare una valida strategia di contenimento del fenomeno.

Ancora una volta impariamo che il passato contiene il futuro, le tematiche affrontate dal fotografo americano sono ancora attuali, anzi, più avanza la crisi e più dobbiamo sentirci in dovere di riflettere sul lavoro e sulla dignità dell’essere umano. Sono proprio quelle espressioni, volti e sguardi affaticati e stravolti che ci invitano in silenzio a riflettere. Lewis Hine aveva capito che il lavoro è parte integrante ed essenziale della vita di un uomo e ha portato avanti la sua battaglia pubblicando opere fondamentali come Men at work. Egli ha colto la potenzialità comunicativa delle immagini che nel suo caso non lascia spazio a ambiguità; il messaggio del fotografo è chiaro: osservate questi uomini e riflettetevi in essi fino a capire quanto una società senza emancipazione non possa definirsi civile.