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"Lo zingaro" di Martin SulikC’e’ qualcosa di marcio nel villaggio dei Romdi Massimo Tria Il padre di Adam, adolescente di un villaggio Rom slovacco, muore in circostanze poco chiare. Il posto di capofamiglia viene occupato con sospetta rapidita’ dal piccolo signorotto del villaggio, che sposa la madre e inizia a spadroneggiare in questa comunita’ ai margini della societa’.
Vi ricorda qualcosa? Forse la trama di qualche classico elisabettiano? Allora avete indovinato. Solo che a differenza di Shakespeare lo slovacco Martin Sulik non e’ riuscito questa volta a muovere le passioni primordiali sulla scena e gli e’ venuto fuori qualcosa a meta’ fra lo stereotipo sulle baraccopoli Rom e la pubblicita’ progresso. Il protagonista Adam, questo giovane ed indeciso Amleto zigano, ci viene proposto in maniera un po’ semplificata come l’unico esponente recuperabile di una disastrata comunita’ di ladruncoli e disadattati, e la sua storia d’amore con l’Ofelia di turno si trasforma piuttosto in una versione annacquata della saga dei Montecchi e Capuleti (si’ ancora una volta il Bardo, e ancora una volta un po’ tirato per le orecchie). E per fare attualita’ vediamo anche ragazze vendute dalle famiglie a ricchi faccendieri e isolati preti-coraggio che tentano il recupero dei giovani rom con lo sport… Insomma, di tutto un po’, ma questa volta quello che puo’ essere considerato il piu’ rappresentativo regista slovacco delle ultime generazioni non convince un granche’. Conoscevamo Sulik per un approccio ben piu’ saldo e convinto alle questioni sociali, visto che il suo ultimo Slunecni stat (Lo stato del sole) nel 2005 era risultato un interessante affresco della nuova classe operaia sopravvissuta alla Cecoslovacchia comunista e combinava un approccio ironico alla Ken Loach con un piglio piuttosto arrabbiato sulle ingiustizie del neocapitalismo rampante. Anche alcuni dei suoi primi film, come Orbis Pictus o Paesaggio, per quanto diversissimi nei toni, testimoniavano a favore di un regista ricco di idee formali e soluzioni visive: li’ era infatti il suo ben noto e giustamente approccio fantastico e poetico ad arricchire di ulteriori piani interpretativi le semplici vicende. Qui invece cio’ appare sbagliato e’ proprio l’approccio generale, piuttosto piatto e autoreferenziale: l’ironia e’ quasi completamente assente, tanto che il modo eccessivamente diretto e un po’ melodrammatico con il quale (forse) l’autore intendeva criticare razzismo e stereotipi non fa che confermarli, lasciando a tratti un certo imbarazzo di fronte a battute o dettagli quasi casuali che sembrano voler dire: “I Rom sono cosi’, rubano e non si lavano, ma almeno sono liberi di comportarsi come gli pare”. Siamo dunque lontanissimi dalla vitalita’ barocca di Kusturica, o dall’approccio realistico di altri film che mostrano reale rispetto verso una cultura cosi’ enigmatica. Si prendano alcuni esempi nella vicinissima cultura ceca: Bohumil Hrabal, uno dei pochi autori della letteratura mondiale che non ha finto simpatia per gli “zingari”, ma li ha bensi’ inquadrati nelle sue storie come uno dei tanti ingredienti dell’imprevedibilita’ umana (si veda il cortometraggio omonimo tratto dal suo racconto Romance), o ancora il regista ceco Zdenek Tyc, che con El paso (2009) ha fornito uno spaccato sanguigno e verace di una famiglia Rom imbrigliata nelle lotte con la previdenza sociale un po’ maniacale dei “gadjo” bianchi. Da un lato un’ironia spiazzante, dall’altro un approccio graffiante che non aveva paura di offendere nessuno. Qui Sulik sembra invece inanellare troppo cliché proprio per paura di non essere offensivo, ma quando si ripete dieci volte che stiamo solo scherzando e che non intendiamo offendere una cultura a noi ignota, alla fine l’effetto e’ paradossalmente quello opposto. Sembra purtroppo un film su ordinazione sociale e non un’intima necessita’ autoriale, e da un artista di ottimo livello come lo slovacco in questione era lecito aspettarsi di piu’. Non basta evocare la Danimarca con il fantasma di un padre che torna a far visita al figlio, non basta affidarsi sulla genuinita’ degli attori non professionisti per far trasformare in film una storia “vera”. Se si tratta un materiale scottante ci vuole un approccio unitario e coraggioso ed una sceneggiatura meno frammentaria. Insomma, c’e’ qualcosa di marcio in questo film del buon Sulik…
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