VEDI ANCHE |
|||||||||||||||||||||||||
Festival del film di Locarno: Concorso internazionale "Low life" di Elisabeth Perceval e Nicolas KlotzIl diavolo probabilmente 2 – La vendetta vudùdi Rinaldo Vignati All’origine di Low life c’è uno dei film più noti di Bresson, Il diavolo probabilmente, film che viene evocato da Klotz e Perceval attraverso alcuni dialoghi (le discussioni sulla distruzione dell’ambiente, ad esempio), la fisicità di alcuni personaggi e la costruzione di alcune inquadrature.
Ma se il cinema di Bresson era scarno ed essenziale, il film di Klotz e Perceval è ridondante e sovraccarico e, nel suo autocompiacimento estetico, ama contaminare i riferimenti “alti” (a Bresson, ad Antigone, Artaud, Hölderlin, e a una serie di scrittori e filosofi – A. Breton, A. Badiou, J-L. Nancy, ecc. – da cui i dialoghi “rubano” le parole, secondo una pratica che è frequente nel teatro contemporaneo, ma abbastanza rara al cinema) con i riferimenti “bassi”, al b-movie di zombie anzitutto (la vicenda, nei suoi toni dark e nella trovata delle maledizioni vudù, assomiglia in certi momenti a un film di morti viventi o di vampiri), ma anche al rock (il titolo viene da una canzone dei Public image limited). La vicenda si svolge a Lione, dove un gruppo di giovani vive tra case occupate e retate della polizia in cerca di immigrati clandestini. In questo contesto si intrecciano alcune storie d’amore, mentre i riti vudù trasformano le lettere di espulsione degli immigrati in armi mortali che si ritorcono contro gli stessi poliziotti o contro ignari borghesi. Low life è una denuncia dell’involuzione delle società contemporanee verso uno stato di polizia, un canto alla gioventù, alla potenza sovversiva dell’amore e alla rivolta, un omaggio al cinema. Romanticismo e invito alla ribellione e alla disubbidienza, proclama politico e nichilismo si mescolano e si confondono. È un film che si ama (Daniela Persico, sul “Giornale del popolo”, storica testata ticinese, gli ha attribuito 5 stellette, e non ci stupiremmo se dovesse vincere il Pardo d’oro) o si odia. Inutile allora fare giri di parole: chi scrive tende a collocarsi nel partito di quelli che lo detestano. A tratti (specie nella prima parte) riesce a incuriosire e persino ad affascinare, con certe inquadrature dal gusto decadente (come quella di Charles sott’acqua, o dei ragazzi stesi sul pavimento), con certi momenti di apprezzabile ironia (il crescendo musicale che accompagna la discussione filosofica durante la festa, ad esempio), con le atmosfere gotiche della musica. Nella seconda parte, il didascalismo dei dialoghi prende il sopravvento e il film finisce soffocato dalla pesante sovrastruttura culturale che ne è alla base (i due autori hanno letto tanti libri, ma c’era bisogno di farlo sapere? E, soprattutto, questo è sufficiente a fare un buon film?). Il fatto è che la storia non riesce a infondere vita nei personaggi, i quali rimangono pertanto astratte personificazioni di categorie generali (i Giovani, lo Straniero, il Poliziotto, ecc.), immerse in situazioni emblematiche (il ragazzo arabo e la ragazza di origine ebrea, ecc.) e impegnate in dialoghi pesantemente didascalici. Low life si risolve così in un mélange di radicalismo (forse siamo fuori strada, ma l’efficacia che la magia nera ha in questo film non sarà forse una metafora della legittimità – in uno stato di polizia, esplicitamente definito fascista – dell’azione violenta? Fra i titoli di coda si legge, fra l’altro, un ringraziamento ai black bloc…), gusto erudito e citazionistico e ricercatezza fotografica. Quest’ultima sembra portare a un’idea di cinema che riduce il film a una serie di tableaux vivants, impostati su un’idea di bellezza concepita nei modi del pittorialismo fotografico. In altri film francesi (Les chants de Mandrin, Dernière séance) presenti in questo festival di Locarno la ricercatezza della fotografia fa – in modi diversi – da contraltare ai pesanti limiti di scrittura: forse è il caso di riflettere su questa “involuzione” di un certo cinema “d’autore”… È da segnalare il sito internet (www.lowlifefilm.com), che non è, come solitamente accade, una semplice appendice promozionale, ma piuttosto un collettore di saggi critici e video realizzati a partire dal film: iniziativa originale che pone il film al centro di un ipertesto potenzialmente infinito. Anche qui però sorge il dubbio che Low life, in tal modo, si riduca in realtà a “pre-testo” senza più identità e capacità di parlare allo spettatore (se non a chi, appartenente alla “setta”, ne glossa le note a piè pagina in un circuito autoreferenziale dal quale resta esclusa l’ambizione di dire qualcosa sul mondo e, magari, di incidervi...). Se confrontiamo Low life con un’altra opera di questo concorso locarnese (Vol spécial, film diversissimo, ma anch’esso impegnato sui temi dell’immigrazione e della denuncia di certe pratiche di polizia), siamo convinti che il documentario di Melgar riveli ben altra profondità di denuncia, ben altra sottigliezza analitica e, soprattutto, ben altra fiducia nella capacità del cinema di dire qualcosa sul e nel mondo. Il contrasto tra i due film, impietoso per Low life, è quello tra la serietà e la chiacchiera da salotto. Low life Francia, 2011, 134’ Regia: Elisabeth Perceval e Nicolas Klotz Interpreti: Camille Rutherford, Arash Naimian, Luc Chessel, Michael Evans, Maud Wyler, Winson Calixte, Maud Wyler, Mathilde Bisson, Matthieu Moro
|
|||||||||||||||||||||||||
Applicazione SPIP | Web design HCE s.r.l. |
Registrazione al Tribunale di Venezia n.1491 del 24-09-2004 | Disclaimer | 2012 Creative Commons |





