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"Il Cinema Ritrovato 2008": Luce sulla musicaRuttmann, Fischinger, Léger: suoni e immagini delle avanguardie storiche nella serata conclusivadi Marco Bellano È il 5 luglio 2008, "Il Cinema Ritrovato" si chiude, e Piazza Maggiore è gremita di gente: l’ultima proiezione all’aperto del festival sta per offrire un insolito programma a base di piccoli film d’avanguardia, fatti in parti uguali di suono e luce, luce che disegna forme astratte, e movimenti geometrici.
Né l’orchestra intenta agli ultimi preparativi, né il pubblico si accorgono, tuttavia, che lo spettacolo sembra essere già iniziato. Proprio sopra il quadrilatero chiaro dello schermo sale, lentissimo, un gigantesco triangolo disegnato da tre punti luminosi - le stelle estive Vega, Deneb e Altair. Più a destra, un faro di nome Giove aspetta di spuntare dall’angolo di un edificio (si nasconderà dietro la Chiesa di San Petronio durante lo spettacolo), mentre sopra le teste dei convenuti ogni tanto guizza una scintilla frenetica, un insetto che si immerge nel fascio del proiettore trasformandosi per qualche istante in lucciola dal bagliore lunare. A molti degli artisti che realizzarono i film in programma sarebbe senz’altro piaciuta questa "sala cinematografica" che elargisce per puro caso presagi delle proiezioni: sicuramente l’idea avrebbe molto divertito il cenacolo dada che firmò Entr’acte (1924), l’ "Intermezzo" filmico al balletto Relâche di Francis Picabia ed Erik Satie. Anche se, paradossalmente, per certi film delle avanguardie storiche il caso è un farmaco pericoloso: la mancanza di una chiara linearità narrativa, unita alla non rara lacunosità delle fonti, rendono spesso difficile il compito di ricostruire gli esatti sistemi di sincronie tra musica e immagine. Ed ecco che, in alcuni casi, le partiture finiscono per sembrare meramente giustapposte ai film; le eventuali sincronie diventano frutto, appunto, di un malaugurato caso, tradendo registi e compositori. Si veda la situazione di Le Ballet Mécanique (1924): un film gioiosamente caotico, tutto fatto di puro ritmo, e abbinabile ad almeno tre partiture distinte, una delle quali mette in gioco campane elettriche, una sirena, sedici pianoforti meccanici e persino due motori di aereoplano. Difficile, oggi, ricostruire il minuzioso piano di accostamenti audiovisivi che Léger aveva in mente (e di cui esistono enigmatiche testimonianze) ; difficile per la molteplicità di montaggi che oggi troviamo nelle copie sopravvisute del film, per problemi tecnici legati alle bizzarrie dell’organico voluto da Antheil, e per una curiosa anomalia della partitura originale: essa infatti dura quasi il doppio del film. Per fatale ironia della sorte, proprio durante la proiezione Le Ballet Mécanique l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna sì è concessa l’unica défaillance della serata, terminando l’esecuzione della musica di George Antheil (adattata con pianoforti "reali", e motori solo registrati) sensibilmente prima dell’ultima immagine del film. un peccato: perché la bacchetta di Timothy Brock, il direttore dell’esecuzione, era stata infallibile per tutta la serata, testimoniando un non banale (e sicuramente lungo) lavoro di concertazione. E’ stata convincente anche la qualità dell’interpretazione, specialmente nell’impegnativa partitura di Camille Saint-Saëns per L’Assassinat du Duc de Guise (1908), film in verità privo di legami con le avanguardie ma rilevante perché primo in assoluto nella storia ad essere stato dotato di una partitura originale per orchestra. Partitura, in effetti, fin troppo ambiziosa, se confrontata con le immagini che vi hanno accostato i due registi, André Calmettes e Charles Le Bargy: un segno dell’ancora acerba consapevolezza che in quegli anni vi era nei confronti delle potenzialità espressive che offre un giusto equilibrio tra musica e immagine. Equilibrio invece perfetto, e ben inteso da Brock, negli esperimenti di cinema d’animazione completamente astratto di Walther Ruttmann (Lichtspiel Opus 1, 1921) e Oskar Fischinger (Motion painting n. 1, 1947), dove l’accordo con le partiture non nasce in virtù di semplice sincronia, ma di convergenza con i principi più profondi ed elementari della musica posta a guida delle immagini. Basti guardare il film di Fischinger, dove le tipicamente barocche giustapposizioni di episodi ripetuti, che plasmano un frammento del terzo Concerto Brandeburghese di Johann Sebastian Bach, fanno emergere sullo schermo successioni di forme stilizzate, tutte uguali tra loro ma generate da modelli di movimento continuamente variati. A completamento della serata, una rarità, in perfetto stile "Cinema ritrovato". Per tre minuti è apparsa l’immagine di Enrico Caruso, che interpretava La donna è mobile. Ha cantato nel mondo di cento anni fa esatti, ma gli applausi sono stati quelli del nostro oggi. Poi, finita la pellicola, è sparito come dietro la quinta dello schermo. Starà lì nascosto per un anno, aspettando che Bologna riapra la sua finestra su luci e suoni del passato. Poi, forse, tornerà a concedere un bis.
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