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"MARIE ANTOINETTE" di SOFIA COPPOLALost in Versaillesdi Andrea Vesentini DAL NOSTRO INVIATO NEGLI STATI UNITI - Esce nelle sale l’attesa versione cinematografica della vita della regina di Francia venuta dall’Austria e finita alla ghigliottina. Un’opera irriverente, coraggiosa, emozionante, con una colonna sonora moderna e accattivante.
Tratto dal libro di Antonia Fraser. A soli quattordici anni Maria Antonietta, arciduchessa d’Austria, viene data in sposa al primogenito del re di Francia, il futuro sovrano Luigi XVI. La fragile e impreparata ragazza si trova a dover fare i conti con Versailles, la corte e il ruolo di regina, quando dovrà salire al trono a fianco del marito. La sua posizione non ammette debolezze e Maria Antonietta, trapiantata in un paese straniero, con un uomo al fianco che non è certo in grado di darle maggior sicurezza, si trova a dover confrontarsi con un ruolo in cui non si riconosce, e con un popolo sempre più lontano e rabbioso per le crescenti divisioni sociali. La fine è nota. Fin dall’inizio, i primi accordi di chitarra elettrica, senza preamboli: i Gang of Four cantano "The problem of leisure, what to do for pleasure" "Il problema del tempo libero è cosa fare per provare piacere". Già di per sé l’idea di ritmare la vita di una regina del XVIII secolo a tempo di rock, con un ambientazione ed una recitazione di impronta moderna e non artefatta è accattivante. Ma la grande sorpresa è che tutte queste soluzioni non sono solo un modo come un altro per cercare di essere alternativi a tutti i costi: in ogni istante si ha la netta sensazione che quello fosse l’unico modo possibile per parlare di questa teenager di altri tempi, così inadatta e a disagio in quel mondo che dopotutto non l’aveva mai accettata. Marie Antoinette potrebbe vivere ai giorni nostri: nulla la differenzia dalla fragile e sola Scarlett Johannson di Lost in Translation, che guarda fuori dalla sua finestra a Tokyo, completamente estraniata da quel mondo . E anche qui Maria Antonietta guarda fuori dalla finestra del suo cocchio, scruta quel palazzo, e si rifugia nella sala privata per piangere, così come Scarlett scoppiava in lacrime al telefono, senza motivo apparente, o come la stessa Kirsten Dunst viveva reclusa con le sorelle nella provincia americana, come aliene, angeli incompresi (Il giardino delle vergini suicide, opera prima della regista americana). Ancora una volta è sorprendente la delicatezza con cui Sofia Coppola si avvicina ai suoi personaggi, la dignità che sa restituire a delle figure vituperate dalla storia solo perché deboli e non all’altezza di ruoli che, in fondo, non si erano scelte - bellissime le parole di "What ever happened" degli Strokes, in colonna sonora: "I wanna be forgotten and I don’t wanna be reminded" "Voglio essere dimenticato, non ricordato". Il tocco di Sofia è gentile, capace di restituire un emozione o un momento storico con un semplice movimento o sussulto: entra in punta di piedi per poi esplodere in un vortice di colori, scarpette, senza nessuna paura di osare, inventare, non curante di qualsiasi ricostruzione precisina e patinata; come nella sequenza, gelida e toccante al tempo stesso, dove Maria Antonietta applaude sola, nel teatro, abbandonata e disprezzata da tutti. Il risultato è ciò che di più lontano si può immaginare da un film in costume: una pellicola di estrema modernità, con esseri umani che soffrono, piangono, si annoiano (la noia, altro tema caro alla regista), in continua ricerca di un piacere che possa colmare il vuoto e l’assenza di amore nelle loro vite. E tutto ciò sulle note di musica rock, moderna, che si mescola a Vivaldi o all’opera senza timore di eccedere: un intreccio di epoche, stili e accenti (in originale ogni attore mantiene il proprio accento di origine, sia esso inglese, americano o straniero) uniti soltanto dal fatto di essere autentici e di arrivare dritti al cuore. L’interpretazione di Kirsten Dunst, snobbata da molti, vale proprio per la sua semplicità, nel suo essere ragazzina ingenua prima che regina, scelta coraggiosa e lontana dalla tecnica standard con cui si ritraggono i personaggi di epoche passate. Chi cerca verosimiglianza storica negli ambienti, nelle voci, nei dialoghi, dovrà tenersi lontano dal film: ma le emozioni, quelle sì, sono restituite fino in fondo. E il finale è forse uno dei migliori degli ultimi anni: ancora una volta la Coppola, incurante di ogni aspettativa o ricostruzione scolastica, non mostra la fine che tutti si attendono, risaputa e truculenta, che avrebbe senz’altro stonato nel contesto; offre una chiusura più malinconica ed efficace, riassunta tutta negli sguardi di Maria e Luigi, così intensi e sofferti, così pieni di lacrime non versate, mai stati così vicini come nel momento del dolore, e in quello scambio di battute, diretto, sintetico, meraviglioso, che incrinerà il cuore anche allo spettatore più critico. Un’opera che senza dubbio conferma Sofia Coppola come una delle migliori autrici contemporanee. Titolo originale: Marie-Antoinette Nazione: U.S.A. Anno: 2006 Genere: Drammatico Durata: 123’ Regia: Sofia Coppola Sito ufficiale:www.sonypictures.com/movies/marieantoinette/index.html Cast: Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Rip Torn, Judy Davis, Asia Argento, Marianne Faithfull, Aurore Clément Produzione: Columbia Pictures Corporation, American Zoetrope Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia Data di uscita: Cannes 2006 17 Novembre 2006 (cinema)
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