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MIKE LEIGH: NATO PER RACCONTARELezione di cinema del reale con il regista inglesedi Ada Guglielmino Per la prima volta a Torino, protagonista della retrospettiva a lui dedicata da Sottodiciotto Film Festival, Mike Leigh di fronte ad una tazza di té racconta come nascono i suoi film.
Antonioni: noioso. Tarantino: copia ma lo fa meglio degli altri... Molto si può dire di Mike Leigh, ma certo non che sia compiacente. Però innamorato del cinema sì, e ancor di più paziente esploratore dei meandri della realtà, descritta nel modo più semplice: attraverso il filtro di tante piccole storie personali, costruite con una sceneggiatura che nasce con la complicità degli attori. "Segreti e verità della vita. Il cinema di Mike Leigh" è il titolo della retrospettiva, curata da Stefano Boni e Massimo Quaglia, che il Sottodiciotto Film Festival ha dedicato al regista nato nel Lancashire nel 1943, vincitore dei più prestigiosi premi cinematografici. In contemporanea è stato pubblicato dalle Edizioni di Cineforum una interessante monografia (80 pagg., Euro 10). Mike Leigh non ama le definizioni, per esempio quella di autore di film su invisibili ed emarginati: "Io rifuggo le definizioni e mi piacerebbe che si dicesse che il mio cinema non è facilmente definibile in quanto assai complesso. Non è nemmeno esatto dire che tutti i miei film trattano di emarginati: alcuni lo fanno, altri no. I miei film trattano di individui nella vita reale, che sono soli rispetto al resto della società, come ciascuno di noi per un motivo o per l’altro". Sul nuovo film non c’è spazio per i curiosi: "E’ attualmente in post produzione, ho finito 3 settimane fa, ma su questo non risponderò ad alcuna domanda". Liquidato l’argomento non resta che farsi spiegare da questo apparentemente tranquillo signore come sviluppa i suoi film: "Io non parto da una idea: io faccio film nello stesso modo in cui la maggior parte degli artisti dipingono, scrivono romanzi, scolpiscono, compongono musica. Per me ogni film è un viaggio di scoperta alla radice del film stesso. Naturalmente io ho una idea, ci sono delle sensazioni, ma scopro il film sulla base della realtà, del processo di riscrittura della realtà". E tuttavia il "cinema della realtà" del regista britannico è molto diverso dal documentario: "Non ho mai fatto documentari perché io sono un narratore nato, mi piacciono le persone, voglio raccontare storie, a volte anche con un pizzico di umorismo". Un lavoro faticoso e meticoloso, che coinvolge tutti gli attori fin dal momento della ideazione, perché la sceneggiatura ha bisogno di ogni soggetto coinvolto per svilupparsi: "I rapporti degli attori nel film rispecchiano i rapporti tra le persone di una famiglia nella vita reale. Anche se non sempre parlo solo di famiglia. Come io arrivo alla ricostruzione e alla rappresentazione di questa realtà non ve lo posso svelare, perché è praticamente un segreto industriale... ma posso dire che ci arrivo attraverso un approccio concreto che richiede molto lavoro, improvvisazione, recitazione in un ambiente chiuso che però ha riferimenti diretti con l’ambiente esterno. Per questo direi che sono ’meglio servito’ da attori intelligenti, sofisticati, percettivi, professionali, in grado di diventare e rappresentare ogni personaggio. E’ il personaggio ad essere sempre al centro dell’attenzione, non l’attore.". Anche la musica riveste un ruolo fondamentale per il risultato finale: "Naturalmente il compositore non ha riferimento ad alcuna sceneggiatura e lavora in post produzione in sala di montaggio con me, montando, guardando e decidendo. Questo è uno dei momenti che amo di più". C’è spazio anche per ricordare che nel 1999, quando uscì "Segreti e bugie", i finanziatori volevano effettuare due tagli di due scene importanti, ci fu una lunga battaglia, lo boicottarono in tutti i modi. Alla fine però il film andò a Cannes: "dove vinse come miglior film e anche per la migliore interpretazione femminile". La domanda di rito nell’ambito di un festival dedicato ai giovani riguarda i consigli di Mike Leigh ai giovani che vogliono intraprendere questa carrriera: "La buona notizia è che negli utlimi dieci anni la tecnologia permette un accesso anche a telecamere non troppo costose. Il mio consiglio è semplice: andate e girate, senza mai scendere a compromessi. Non fate film che imitano altri film o altri generi, fate film che arrivano dal vostro cuore, che parlano il vostro linguaggio, che raccontano il vostro punto di vista sul mondo". E come la mettiamo con Tarantino? "Tarantino lo fa, ma lo fa piuttosto bene, però non è l’unica strada da seguire. Occorre che ognuno trovi il proprio personale linguaggio senza mai smettere di guardare il mondo che è così ricco di materiale e di ispirazione". Il nome di Mike Leigh è spesso associato a quello di Ken Loach, ma esistono delle differenze: "Ciò che mi unisce a Ken Loach, ciò che condividiamo è che entrambi abbiamo iniziato dalla produzione di film televisivi che trattavano della vita reale, delle persone comuni e questo è ancora un punto in comune. Ma Ken Loach è portatore di un messaggio ben preciso, nettamente identificabile. Nei miei film non trasmetto un solo messaggio: sfido il pubblico a identificare e a costruire il messaggio, dialogando con lo spettatore".
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