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"MOBY DICK" DI HERMAN MELVILLEAlbertazzi nel profondo degli abissidi Matteo Signa Giorgio Albertazzi incontra Latella nell’avventura delle avventure. Uno dei classici della letteratura, "Moby Dick" viene riletto dal noto regista teatrale passando da Shakespeare a Dante.
La figura del capitano Achab viene rovesciata da Latella con un fine chiaramente provocatorio. L’anziana figura sembra non avere nulla a che fare con un uomo di mare. Appare agli spettatori in una stanza illuminata piena di libri e volumi da cui ruba la sua linfa vitale. Con un piglio da letterato, Achab risulta essere come una vera e propria isola. La distanza che esiste tra lui e l’equipaggio non è solo fisica ma anche morale. Impartisce ordini come se dovesse farlo a tutti i costi. La lotta con la balena esiste solo dentro i suoi pensieri tormentati che nel finale cedono il passo al dubbio e alla stanchezza. Uno degli elementi di forza dello spettacolo è sicuramente la scenografia che trova la sua suggestione massima nella combinazione di elementi molteplici. Se l’ambiente della nave viene descritto rispettando proporzioni e luci, il mare e gli orrori dell’abisso vengono evocati attraverso suoni e musiche. La forza dei dialoghi funziona soprattutto nell’incontro tra Achab e il giovane Ismaele rispettivamente interpretati da Albertazzi e Foschi. Le loro valide interpretazioni aiutano lo spettatore a riconoscere i limiti dell’essere umano volenteroso di superare un confine ancora sconosciuto. Sia l’uno che l’altro sanno che in una situazione liminare la follia è forse l’unico strumento capace di dare una direzione. Sostitutiva della bussola, la pazzia viene utilizzata da Achab come un ultimo rifugio mentre da Ismaele rappresenta il modo migliore per conoscere la visione acquea del mondo. Ismaele è anche testimone della Storia e della memoria. Si trova sulla nave per poter raccontare. Quella spettrale bianchezza, quel pallore, quell’oceanico bianco lo terrorizzano ed insieme lo invadono, lo accecano, lo eccitano. Ma quella malizia, quella sete di conoscenza, quel riscatto vivranno solo grazie al suo esperire. Se non ci fosse Ismaele, Achab non potrebbe finalmente lasciarsi divorare dal bianco. La scelta di mettere in scena uno dei romanzi più conosciuti e importanti di tutti i tempi riesce nel suo intento di base ma, alle volte, l’eccesso di verbosità sbiadisce la simbologia del racconto a partire dal tema del viaggio dell’uomo verso la conoscenza. Quest’ultimo aspetto non sempre viene trattato con la stessa efficacia. L’idea di trasformare Achab in Amleto è più una vanità registica che una soluzione orinale. da : Herman Melville regia di : Antonio Latella con : Giorgio Albertazzi, Emiliano Brioschi, Marco Cacciola, Marco Foschi, Timothy Martin, Giuseppe Papa, Fabio Pasquini, Annibale Pavone, Enrico Roccaforte, Rosario Tedesco produzione : Teatro Stabile dell’Umbria - Teatro di Roma elaborazione drammaturgica : Federico Bellini luci : Giorgio Cervesi Ripa suono : Franco Visioli
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