VEDI ANCHE |
|||||||||||||||||||||||||
"Mare mio" di Antonino VarvaràOnde di poesia in Mare miodi Elena Ballarin Quattro attori, seduti. Verso il pubblico non i volti, ma le spalle: questa la scena d’apertura di Mare mio, sul palco del Teatro Aurora mercoledì 13 gennaio, scritto e diretto con passione autobiografica da Antonino Varvarà per la compagnia Questa Nave.
In questo loro incipit, i personaggi rinunciano all’istintiva priorità di presentare se stessi, per dedicarsi all’evocazione d’un piccolo spaccato di realtà siciliana: una giornata in famiglia al mare, dipinta con immagini tanto poetiche e quanto mai autentiche, da far percepire la vita lungo le sponde del Mediterraneo anche a chi le sue acque non le abbia mai assaporate. Nell’immaginario collettivo del pubblico appaiono i vari componenti della famiglia, tra cui la nonna seduta a ricamar centrini, «ogni uscita in spiaggia un centrino» tanto da averne la casa piena; la madre che «urla che quando vengono le pieghette alle dita bisogna uscire dall’acqua»; il figlio Andrea coi capelli «scompigliati dal vento», il suo sorriso davanti al mare, i baci «che sanno di sale». Quattro figure della famiglia (Andrea, la madre e due amici cari) prendono quindi forma attraverso i corpi dei giovani attori Sara Bettella, Daniel De Rossi, Demis Marin e Antonella Tranquilli, interpreti non tanto delle personali vicende dei loro personaggi, quanto di sentimenti propri di tutti quei sensibili animi cresciuti nella brezza mediterranea. Un bacino che nei secoli ha cullato le più antiche civiltà e che tutt’oggi si mantiene pregno di tradizioni e folclore; ma la tradizione in questa nostra società contemporanea sovente cozza con la modernità, e accade così che le personalità più vivaci decidano di partire alla ricerca di fortuna, di stimoli, novità, di libertà. Ecco, dunque, la partenza di Andrea e la malinconica nostalgia dei suoi cari, che si fa straziante per la madre, in penosa attesa su una sedia, il cui incessante dondolio sembra scandirne in rintocchi la disperazione. Alla sedia della madre fa da eco la moltitudine di sedie che, di dimensioni e forme eterogenee, cosparge il palco: sedie su cui star seduti a scambiare chiacchiere al sole, sedie su cui fermarsi a pensare, sedie su cui poggia la quotidianità, su cui giorno dopo giorno s’intesse il filo dei propri ricordi, della propria vita. E anche per coloro i quali, come Andrea, decidano d’alzarsi definitivamente e partire, quel filo intriso di salsedine non si spezza: rimane cordone ombelicale, com’è successo ad Antonino Varvarà, dal cui testo trapela l’insopprimibile esigenza di rendere omaggio al Mare suo; la liricità che contorna ogni dettaglio è la prova di un sentimento per la terra natia che non ha mai cessato d’ardere. La nostalgica, lenta atmosfera coinvolge l’intero palco, spegnendo le calde tinte della Sicilia in un bianco e nero di scene e costumi, mentre la luce con sapiente maestria segue i personaggi, facendoli di volta in volta emergere dal fosco buio, in una sintonia puntuale con il loro intervenire in scena. A caratterizzare Mare mio è dunque la parola, più che l’azione, e la sua ben calibrata durata (50 minuti) richiede in cambio una costante e attiva concentrazione per poterne godere appieno, pena il rischio d’un mancato coinvolgimento e caduta nella noia. Mare Mio testo e regia di Antonino Varvarà con Sara Bettella, Daniel De Rossi, Demis Marin, Antonella Tranquilli una produzione Questa Nave/Teatro Aurora e La Biennale di Venezia in collaborazione con l’Assessorato alla Produzione Culturale del Comune di Venezia Durata: 50 min. foto: Tommaso Saccarola
|
|||||||||||||||||||||||||
Applicazione SPIP | Web design HCE s.r.l. |
Registrazione al Tribunale di Venezia n.1491 del 24-09-2004 | Disclaimer | 2012 Creative Commons |





