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Martha Argerich all’Olimpico di VicenzaUn ritorno atteso, nel segno di Schumann e della musica da cameradi Marco Bellano È stato una sorta di “Martha Argerich e i suoi amici”, il concerto di apertura della 19° edizione de le Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza: un convegno cameristico tra la pianista argentina ed una rosa di interpreti scelti, dagli esiti musicali molto interessanti, presentati in un’atmosfera di piacevole affabilità.
Il ritorno della Argerich all’Olimpico di Vicenza è avvenuto nella fortunata circostanza delle correnti celebrazioni in onore di Robert Schumann: le Settimane Musicali, dedicate quest’anno al tema dei musicisti italiani presenti nelle grandi corti europee del passato (“Ambasciatori di note”, il titolo generale della rassegna: la città da esplorare in quest’edizione è Parigi) hanno tuttavia voluto ricordare i duecento anni dalla nascita del compositore con un concerto a preludio della stagione vera e propria, il 19 maggio. Per la Argerich, l’occasione è stata propizia alla riproposizione di un repertorio a lei particolarmente congeniale, già esplorato in maniera ragguardevole in ambito discografico. Si è iniziato con i tre Fantasiestücke op. 73, originariamente richiedenti un clarinetto ad accompagnarsi al pianoforte. Non è raro, però, trovare un violoncello in luogo dello strumento a fiato: la Argerich aveva già frequentato i brani in questa veste con Mischa Maisky. All’Olimpico, il violoncellista è invece stato Enrico Bronzi, che ha dominato il palcoscenico con un lirismo pieno ed accorato, sottolineato dalla sua tipica gestualità espressiva. Stranamente defilata, invece, la Argerich, che ha affrontato il trittico con una nonchalance che poi sarebbe rimasta, sotto altri aspetti, una cifra dell’intera serata. Preziose, c’è da dire, le idee timbriche nel secondo brano, con scambi tra i due solisti inquieti ma fluidi, quasi un ciclo di domande seguite da fervide risposte. Situazione inversa invece, in quanto a rapporti di forza, nei seguenti Märchenbilder per viola e pianoforte. Accanto alla Argerich vi era sua figlia, Lyda Chen Argerich, che però non è sembrata cogliere bene le profondità intime dei quadretti musicali schumanniani, semplici solo in apparenza e in realtà luoghi di confessione visionaria, nati dall’urgenza di una fantasia forse già assediata dall’imminente malattia mentale (i Märchenbilder sono del 1851: nel 1854 Schumann si sarebbe gettato nel Reno in preda alla follia). Sarà forse stata un’impressione non del tutto corretta, influenzata dalla disinvoltura della Argerich (e da alcuni suoi cenni materni niente affatto celati, come alcuni sorrisi e scambi di battute tra un brano e l’altro, o la raccomandazione mimica di scansare il leggio da un lato, data alla figlia al momento di ricevere gli applausi) ma la violista è sembrata quasi intimidita, messa in ombra da una Argerich fattasi, in maniera complementare, musicalmente più espansiva, pur trascorrendo sull’interpretazione con una serenità distante e occasionalmente pensosa. La Sonata per violino e pianoforte op. 121 ha successivamente spazzato via il candore un po’ ingenuo dei Märchenbilder di madre e figlia, dando spazio invece alla volitiva severità di Sonig Tchakerian. Scolpita con ariosità monumentale, la Sonata si è alleggerita solo nelle meditazioni quasi desolate del Leise, einfach (“sommesso e semplice”), il terzo movimento, prima di precipitarsi in una frenesia ansiosa nel quarto movimento, a suggello del drammatico e riuscito tour de force. Tutti gli interpreti, con l’aggiunta del violino di Gabrielle Shek, si sono ritrovati per l’esecuzione finale del Quintetto op. 44, vertice dello Schumann camerista. E qui, la “maternità” un po’ sorniona intravista nella Argerich durante i brani precedenti ha finito per trasformarsi in un carisma limpido, guida ed amalgama dell’insieme strumentale. Solenne il primo movimento, compunto il secondo, senza particolari sorprese; ma poi è arrivato uno Scherzo in cui si è azzardato un virtuosismo motorico trascinante, che ha stilizzato arditamente (ma con ottima riuscita) la pagina schumanniana. Il risultato rimarchevole è stato chiaramante percepito degli stessi interpreti, che su suggerimento della pianista hanno poi riproposto l’intuizione vincente in un gradito bis. Nell’ultimo movimento, invece, si è trovata una calma un po’ inaspettata, che ha piegato le idee musicali più nella direzione del cantabile che in quella della perorazione maestosa. Un’idea interessante, di nuovo: forse un po’ ironica, magari, frutto della bonarietà illuminata con cui Martha Argerich ha ritrovato il pubblico vicentino.
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