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Masters of Horror "Masters of horror: IMPRINT" di Miike TakashiIl Master of Horror banditodi Nicola Cupperi Christopher, stanco americano di mezza età, fa ritorno nell’isola giapponese dove, nella sua visita precedente, promise all’amata prostituta Komomo di riscattarla e renderla libera.
Ma Komomo è morta, almeno a detta di un’amica e "collega", una ragazza sfregiata e maledetta. Questa narrerà a Christopher, tra mezze verità ed intere bugie, la storia della sua vita, del suo incontro con Komomo e delle atroci torture che precedettero la morte di quest’ultima.
L’uomo, insistendo nella sua ricerca, arriverà a svelare una tremenda verità.
Imprint segue le orme del caolavoro Rashômon del maestro Kurosawa: nasconde la verità dietro i filtri della soggettività e della follia; se i personaggi di Kurosawa nascondono la verità per salvarsi la pelle, qui la realtà è nascosta perchè eccesivamente scomoda nella sua crudeltà e nel suo essere al di là della normale accettazione umana. La ragazza sfregiata e maledetta cerca di nasconderla a Christopher, raccontando una storia innocua, o quantomeno politicamente corretta che inizia con un’infanzia di estrema povertà (madre levatrice, padre affetto da consunzione), che prosegue con la morte del genitore malato e l’inevitabile quanto classica vendita della figlia ad una casa di appuntamenti, dove avviene l’incontro con Komomo, e che culmina con l’ingiusta, crudele e cruenta tortura e il suicidio di quest’ultima. Christopher non concepisce il suicidio dell’amata, e decide di scavare a fondo. E la verità è quanto di più insopportabile; padre ubriaco e violento, madre non levatrice, bensì responsabile degli aborti delle indigenti donne del vicinato, figlia segnata dalla nascita dallo stupro del padre, seguito dalla vendetta omicida della bimba, e dalla convivenza con una gemella fatta di pura malvagità che abita il cervello della ragazza sfregiata. Esce un’altra verità: la ragazza, spinta dalla malvagia gemella che le occupa il cranio, incastra Komomo ed è la causa delle torture subite dall’innocente donna, e se non bastasse la finisce strangolandola. Christopher, spinto ai limiti estremi della sopportazione umana, inevitabilmente impazzisce davanti all’inaccettabile verità. Miike si spinge dove forse non avrebbe dovuto. Certo, questo episodio della serie Masters of Horror è forse uno dei più tecnicamente validi, a livello registico, puramente tecnico e narrativo. Il prolifico regista giapponese si muove sui vari livelli del genere: dallo splatter puro che spinge alla risatina nervosa, all’horror più spinto e più difficilmente digeribile. Il canale satellitare Showtime, committente dei Masters of Horror, lo ha, forse giustamente, bandito; probabilmente mai nessuna televisione, per quanto satellitare, potrebbe mai trasmettere un film come questo. Almeno due scene indimenticabili, nel senso che non abbandoneranno mai la mente dello spettatore: per prima la scena della tortura, mostrata per intero, senza giochi registico-narrativi come l’ellissi o retorici come la sinedocche (mostrare la parte per fare intuire il tutto); in secondo luogo la decisione di mostrare il risultato dell’impiego della madre della donna sfregiata, ovvero i feti abortiti abbandonati alla corrente del fiume, commemorati da una serie di macabre, per ciò che rappresentano, banderuole che si muovono al soffiare del vento sulla riva del torrente. Difficile scegliere la scena più forte fra queste due; impossibile scordare cosa Miike Takashi ha deciso di farci vedere. Regia: MIIKE Takashi Anno: 2006 Durata: 63’ min
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