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"Monsters & Pills" dei DAISY CHAINSDalla Lombardia sulla scia dei Clashdi Emanuele Rauco Il panorama underground italiano, quello che per definizione cerca di emanciparsi dalla musica leggera commercialmente egemone, risente da qualche anno a questa parte di un’altra egemonia, quella della musica britannica, rock, pop, indie e quant’altro. A dimostrazione che la mancanza d’idee da una parte si ripresenta solamente cambiata di segno.
Perciò ben vengano prodotti nostrani che, seppure non cerchino di reinventare nuove forme musicali o produrre nuovi linguaggi sonori, cercano di riagganciarsi a una tradizione musicale un po’ più solida e matura del rock contemporaneo: così accogliamo i Daisy Chains, gruppo originario di Lecco e Bergamo che si diverte “facendo semplicemente la rock band”, cercando di ravvivare nei giovani ascoltatori il ricordo di Clash, Velvet Underground e band di questo tipo. “Monsters & Pills”, il loro primo album auto-prodotto si presenta come un divertente e spensierato prodotto di rock-quasi punk indipendente in cui il gusto per ritmi frizzanti, melodie divertenti e suoni colorati ha la meglio sulla forza politica e sulla solidità compositiva, ma è bene così, che una band agli esordi lavori sulla performance e non si prenda sul serio. Anche perché il gioco di chitarre ore rabbiose ora sognanti (vagamente smithsiane), e il cantato inglese venato da interessanti commistioni italiane sostanzialmente funziona. E fin dal brano d’apertura Disappear, si capisce dove sono i pensieri musicali del gruppo, che diventa omaggio quasi esplicito con la seguente Kill My Brain, versione scarnificata dei Rancid, con un ottimo controcanto; dove infatti la band riesce a lasciare il segno è nella verve melodica come nella tilte-track anche più ricca musicalmente, o in Fretta, giocoso brano in italiano in cui davvero pare sentire gli echi dei Clash. Come dicono nel loro press-kit “andateli a scovare dal vivo, (...) oggi per incrociare un gruppo come i Daisy Chains non c’è più bisogno di guidare sulla sinistra e pagare la birra in pound”. E non ci facciamo ripetere il consiglio due volte.
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