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"Mutu" di Aldo RapèDa giovedì 18 marzo 2010, Teatro Elicantropo di NapoliComunicato stampa pubblicato lunedì 15 marzo 2010 In scena la storia di due fratelli ed il mal di vivere, il conflitto perenne di due universi distanti, che scava a fondo dentro il cuore di tenebra della Sicilia
Da giovedì 18 a domenica 28 marzo 2010 - Napoli, Teatro Elicantropo (repliche dal giovedì alla domenica) Compagnia Prima Quinta presenta Mutu di Aldo Rapè con Aldo Rapè e Nicola Vero regia Lauro Versari - coreografia Elena D’Aguanno e Sabrina D’Aguanno Durata della rappresentazione 60’ circa, senza intervallo Dopo i consensi di pubblico e critica ottenuti con "W la mafia", Aldo Rapè, questa volta sulla scena con Nicola Vero, racconta il mondo dei drammi interiori e familiari nello spettacolo Mutu, in scena, da giovedì 18 marzo 2010 alle ore 21.00 (repliche fino a domenica 28), al Teatro Elicantropo di Napoli, per la regia di Lauro Versari. Presentato dalla Compagnia Prima Quinta, per la prima volta in un teatro partenopeo, Mutu affronta la storia di due fratelli, due vocazioni a confronto, due uomini sotto lo sguardo dello stesso Dio. Saro e Salvuccio, u parrinu e u mafiusu, sono di nuovo insieme, dopo tanti anni. Muti per anni, muti per fame e per necessità, un giorno la coscienza e il sangue cominciano ad urlare, mentre i Santini, sorridendo, stanno a guardare. La gabbia, metafora dolente delle difficoltà di comunicazione dell’uomo contemporaneo, in una sorta di scatole cinesi, fatte di altrettante gabbie, rimanda ad una difficile condizione esistenziale dei due fratelli protagonisti: Rosario, assassino di professione, e Salvuccio, prete, che si rincontrano dopo quasi vent’anni. Amore e aggressività, volontà di conoscere e fatalismo, attrazione e repulsione, pietà e stanchezza, razionalità e casualità, grandi angosce e piccole gioie, caratterizzano le molteplici gabbie dalle quali i due fratelli cercano di evadere. Sono le gabbie della propria condizione, le gabbie dei propri sentimenti, le gabbie delle proprie identificazioni, le gabbie delle proprie esperienze multiformi, conflittuali, ambigue, le gabbie dell’incapacità di ricordarsi di se stessi, dimentichi degli “altri” che sono dentro di noi, nascosti dietro maschere diverse, ipnotizzati dall’effetto farfalla. “Anch’io – chiarisce il regista – mi sono sentito fratello di Rosario e Salvuccio, anche a me la coscienza ha cominciato a urlare, senza sosta, giorno e notte, e sto imparando che nessuno può fuggire senza l’aiuto di coloro che sono fuggiti precedentemente. Solo loro possono dirci in quale modo l’evasione dalla gabbia è possibile. La libertà è una parolona troppo grossa, di quelle parole che è meglio non pronunciare, perchè come la dici, in un attimo non c’è più”. Due vite diverse che adesso si scontrano in quel focolare domestico regolato da sentimenti e tradizioni centenarie, incomprensibili agli estranei. Rosario e Salvuccio, il nero e il bianco, due “recite” contrapposte per uno stesso fine: evadere, strappandosi tutte le maschere, una ad una, per ritrovarsi fratelli in un unico abbraccio strategico, dove il sangue bussa all’anima in una esplosione emotiva, entrambi liberi, l’uno grazie all’altro. Un racconto di una realtà che, volutamente, si contorna di quella simbologia religiosa e che si addormenta pregando il Cristo morto sulla croce. Un mondo per il quale la parola mafia appare un’ingerenza eccessiva e fuori luogo per essere raccontata. “Uno che fa prostituire la propria moglie è davvero una brava persona… Non parlare così della mamma! E come ne devo parlare? Come se fosse la Madonna? La mamma era la Madonna! La Madonna non si sarebbe mai prostituita! Se avesse avuto undici figli da sfamare, forse, l’avrebbe fatto pure lei! Mutu, ta’ stari mutu!” U parrinu e u mafiusu. Una storia di due fratelli. Due vocazioni a confronto. Due uomini sotto lo sguardo dello stesso Dio. Saro e Salvuccio, u parrinu e u mafiusu. Insieme dopo tanti anni. Muti, tutti muti per anni, muti per fame e per necessità. Ma un giorno la coscienza ed il sangue cominciano ad urlare…. …...mentre i Santini, sorridendo, stanno a guardare……… C’è nell’aria puzza di mafia, puzza di qualcosa di sporco. Qualcosa perché ancora non si riesce a definire cosa. L’organizzazione delle stragi si è trasformata in organizzazione imprenditoriale. Si è fusa con la politica, con le amministrazioni pubbliche e quelle private. In modo capillare è entrata nelle chiese, nei palazzi e soprattutto nelle case della povera gente. La gente che spesso è dimenticata nei vicoli storici delle grandi città o nelle sue fredde periferie, quella gente che alle volte, solo per tirare a campare, apre la porta della propria casa a questo sgradito ospite. Un ospite che si impossessa di tutto in modo risoluto e religioso. La fede in Dio alla base dei contratti tra gli affiliati, i Santini come testimoni della cerimonia di nozze e la Bibbia diventa il libro dell’Eccellenza, la Grande Guida per il comando dei boss. Un profondo senso religioso anima i mafiosi, cartoni animati quasi leggenda, la stessa religione e lo stesso credo che anima la Chiesa di Dio. Note di regia TI PARI CA MI SCANTU? di Lauro Versari Io ho una difficoltà evidente a stare muto. Una sorta di crampo gastrico fa di me un ribelle. Ed è lo stesso crampo gastrico che ha diretto questo spettacolo, allargandosi in tutte le mie viscere, come se una grossa mano, forte e possente, me lo avesse stretto in una morsa esplosiva. La storia si svolge all’interno di una casa semivuota, precaria, apparentemente temporanea, una gabbia, in una dimensione che rasenta la claustrofobia. La gabbia, metafora dolente delle difficoltà di comunicazione dell’uomo contemporaneo, in una sorta di scatole cinesi, fatte di altrettante gabbie, rimanda ad una difficile condizione esistenziale dei due fratelli protagonisti: Rosario, assassino di professione, e Salvuccio, prete, che si riscontrano dopo quasi vent’anni. Amore e aggressività, volontà di conoscere e fatalismo, attrazione e repulsione, pietà e stanchezza, razionalità e casualità, grandi angosce e piccole gioie, caratterizzano le molteplici gabbie dalle quali i due fratelli cercano di evadere: le gabbie della propria condizione, le gabbie dei propri sentimenti, le gabbie delle proprie identificazioni, le gabbie delle proprie esperienze multiformi, conflittuali, ambigue, le gabbie dell’incapacità di ricordarsi di se stessi, dimentichi degli “altri” che sono dentro di noi, nascosti dietro maschere diverse, ipnotizzati dall’effetto farfalla. Rosario e Salvuccio, il nero ed il bianco, due “recite” contrapposte per uno stesso fine, evadere, strappandosi tutte le maschere, una ad una, per ritrovarsi fratelli in un unico abbraccio strategico, dove il sangue bussa all’anima in una esplosione emotiva, entrambi liberi, l’uno grazie all’altro. Anch’io mi sono sentito fratello di Rosario e Salvuccio, anche a me la coscienza ha cominciato ad urlare, senza sosta, giorno e notte, e sto imparando che nessuno può fuggire senza l’aiuto di coloro che sono fuggiti precedentemente. Solo loro possono dirci in quale modo l’evasione dalla gabbia è possibile. Io penso che ogni uomo può trovare un giorno la possibilità di evadere, di sentirsi libero, a condizione che egli sappia rendersi conto di essere in gabbia. La libertà è una parolona troppo grossa, di quelle parole che è meglio non pronunciare, perchè come la dici in un attimo non c’è più.
Mutu, di Aldo Rapè Napoli, Teatro Elicantropo, dal 18 al 28 marzo 2010 Info e prenotazioni al numero 081296640,teatroelicantropo@iol.it Inizio delle rappresentazioni ore 21.00 (da giovedì a sabato), ore 18.30 (domenica)
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