VEDI ANCHE |
|||||||||||||||||||||||||
"NEKYIA: INFERNO"La discesa agli inferi del Teatro del Lemmingdi Vega Partesotti Dopo il percorso in quattro tappe nella tragedia antica e nel mito, il Teatro del Lemming si rimette in gioco con una trilogia per 17 spettatori ispirata alla Divina Commedia: "Nekia – Inferno, Purgatorio, Paradiso".
Al Teatro San Martino di Bologna, dove la compagnia è stata in residenza per una settimana con la trilogia e un laboratorio, Inferno è stato presentato anche come opera a sé stante per un pubblico più vasto. Il Teatro del Lemming si era già misurato con gli inferi in “A porte chiuse”, tratto da Huis Clos di Jean Paul Sartre, in cui lo spettatore veniva introdotto attraverso ambienti quotidiani e claustrofobici verso la rivelazione che “l’Inferno sono gli altri”. Con Nekia invece si torna a utilizzare il testo come punto di partenza da cui estrarre delle figure drammaturgiche. Il regista-demiurgo Massimo Munaro, anche autore delle musiche, ha scelto qui di affidarsi soprattutto alla forza delle immagini. Immagini forti ed evocative, che di volta in volta suggeriscono la follia, il delirio, la reclusione (un ospedale psichiatrico? Un carcere?), la tortura (esplicito il richiamo alle famigerate fotografie del carcere di Abu Grahib, ormai parte della memoria collettiva). Si coglie a tratti qualche figura più evidentemente dantesca: Paolo e Francesca eternamente sospinti da una forza invisibile, Ulisse trasformato in una torcia… Ma dell’Inferno della Commedia lo spettacolo ci restituisce soprattutto l’atmosfera di angoscia e disperazione senza scampo, amplificata dalle voci degli attori che si deformano in pianti e urla strazianti, rendendo quasi incomprensibili le loro parole. Dell’attore, e di alcuni attori in particolare, Munaro usa il corpo come vero e proprio materiale scenico: vulnerabile ed esposto agli sguardi, il corpo emerge dal buio diventando luogo di dolore fisico, mezzo di espressione e di rappresentazione, schermo su cui proiettare l’immagine di un volto che lo trasfigura in maniera grottesca. Una drammaturgia prettamente visuale dunque, che però non sempre convince: le immagini, nella loro alterna efficacia, appaiono come quadri autonomi e talvolta slegati uno dall’altro, e le attrici non sono sempre all’altezza del compito loro affidato dal regista. Più efficace l’ultima parte, in cui viene evocato il girone di Malebolge, dove Dante colloca i fraudolenti. Qui l’uso dell’immagine elettronica - ormai ricorrente in molto teatro “di ricerca” ma non praticata finora dal Lemming - appare pertinente e non banale. Alternate a riprese preregistrate, le riprese video effettuate in tempo reale dagli attori stessi ci restituiscono i volti ingranditi delle attrici sulla scena per poi sostituirli con quelli degli spettatori, verso cui viene rivolta la videocamera. Come in un gioco di specchi, lo spaesamento percettivo suggerisce il potenziale inganno sempre presente nell’immagine, tanto più insidioso quanto più questa si proclama fedele al reale. E il rovesciamento prospettico porta gli spettatori, o almeno il loro simulacro, dentro la scena: nel cortocircuito fra i due spazi, il dispositivo teatrale della rappresentazione implode, e gli attori lasciano il palco nel buio, senza tornare neppure per gli applausi. Nekyia: Inferno.
Con Alessio Papa, Diana Ferrantini, Chiara Elisa Rossini, Fiorella Tommanisini, Mario Previato.
Regia e musiche: Massimo Munaro
|
|||||||||||||||||||||||||
Applicazione SPIP | Web design HCE s.r.l. |
Registrazione al Tribunale di Venezia n.1491 del 24-09-2004 | Disclaimer | 2009 Creative Commons |





