“NON E’ UN PAESE PER VECCHI” di Cormac McCarthy

Il disilluso e il suo doppio

Llewelyn è un uomo fortunato, o almeno crede di esserlo dopo aver trovato nel deserto una cartella con dentro svariati milioni di dollari. Sarà costretto a ricredersi quando troverà sulla sua strada Anton Chigurh, uno psicopatico armato di una pistola ad aria compressa che spara uno stantuffo metallico, desideroso, più che di riprendere il denaro, di ucciderlo. A tentare di salvarlo, un vecchio e stanco sceriffo.

Senza troppi giri di parole, si può dire che Non è un paese per vecchi (portato sul grande schermo dai fratelli Coen e premiato con quattro Oscar) è presumibilmente uno dei romanzi americani più originali degli ultimi anni, per il fatto che non tira in ballo la CIA o l’FBI o gli alieni (come il cinema e la letteratura a stelle e strisce hanno ormai abituato) bensì si limita a descrivere una situazione di ordinaria follia. Non si tratta di reinventare l’horror, come fatto da Stephen King, o di raccontare complessi casi legali, come nelle opere di John Grisham, o di ipotizzare i complotti più astrusi, sul modello di Dan Brown. McCarthy ha semplicemente preso un’esistenza qualunque, quella di Llewelyn Moss, un operaio texano, reduce del Vietnam, e ha inserito in essa l’irrazionale, domandandosi cosa sarebbe potuto accadere. Il risultato è la conferma della formula utilizzata nel Seicento dal filosofo inglese Thomas Hobbes per esprimere la sua idea dei rapporti tra uomini: homo homini lupus.

Violenza. Questa è la nota dominante del romanzo. Molta, fino alla fine, nella quale l’autore indugia quel tanto che basta per soddisfare il voyeurismo proprio dei lettori, senza però sfociare nello splatter in cui si compiacerebbe, cinematograficamente parlando, un Quentin Tarantino o un Eli Roth (il regista di Cabin Fever e dei due Hostel). La violenza esiste, sembra dire McCarthy e non è né tranquilla, né dolce né pulita, io mi limito a raccontarvela e non posso certo edulcorarla. L’intera narrazione è pervasa da un senso di fatalismo per cui la scia (sarebbe meglio dire il torrente) di sangue che Chigurh si lascerà dietro è già stata scritta e non si può arrestare o cancellare. Di questo pare fin troppo consapevole lo sceriffo Bell, nel quale probabilmente l’autore si è ritratto. Pur cercando in tutti i modi di mettersi in contatto con Llewelyn per aiutarlo, egli è consapevole di quali siano le forze contro cui si è messo: senza dubbio i narcotrafficanti, ma ancor di più l’irrazionalità di un singolo uomo, ritenuto pericoloso tanto quanto la peste bubbonica, che non può essere bloccato perché non può essere compreso. Se una regola di base della società civile è preservare la vita propria e degli altri, Chigurh non la riconosce, visto che uccide con lo stesso disinteresse con cui una persona “normale” aspetta l’autobus o fa la spesa. L’ottima interpretazione di Javier Bardem nel film dei fratelli Coen ha permesso di dare vita in maniera egregia ad un personaggio che può essere visto come rappresentativo dell’imbarbarimento delle ultime generazioni e della necessità di una loro formazione morale.

Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi, Einaudi, 2006, pp. 251, 10,80 euro.