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’New Religion’ Vs ’All in the present must be transformed’Due mostre veneziane a confrontodi Fabrizio Montini Due mostre a confronto, nella stessa città (Venezia), che riguardano due tra i più importanti artisti odierni (Hirst e Barney) e un grande del secolo scorso (Beuys), in due sedi che più diverse non si potrebbe (Guggenheim Vs Palazzo Papafava).
A Palazzo Papafava – nome che può risultare subito simpatico perché ricorda il Papageno di Mozart – c’è la mostra di Damien Hirst, il discusso artista con una storia adolescenziale da punk innamorato dei Sex Pistols alle spalle e un presente da artista di successo; quindi adesso è anche ricchissimo, tanto da potersi permettere di far parlare insistentemente di sé (ciò che serve a diventare ricchissimo, in pratica), per aver tempestato di diamanti (8.601 pezzi) un teschio di platino, l’opera d’arte più costosa della storia. Non è semplice arrivarci, a Palazzo Pesaro Papafava - perché anche se si chiede ai veneziani nessuno lo conosce - ma ne vale la pena: la sede è bellissima. L’entrata anonima la rende come non ufficiale, e all’ingresso, spoglio e poco illuminato, c’è un salottino con qualche free-press sul tavolo attorniato di poltrone; il luogo è ammantato da un’aria misteriosa, anche per il rumore dei flutti d’acqua del canale che sbattono sul portone sull’altro lato, di fronte all’entrata, e per le tende mosse dal vento. Al primo piano, la mostra: quattro stanze, atmosfera soffusa anche grazie alle fantastiche appliques (in cristallo? settecentesche?), che solitamente fanno pendant con gli specchi alle pareti, ma che ora sono stati rimossi e sostituiti dalle opere. Sulle pareti, infatti, sono allestiti i pannelli di chimica applicata alla religione (la ‘new religion’ del titolo è la scienza), in un cabinet gli oggetti simbolici del nuovo culto: particolarmente impressionante un cuore trafitto da innumerevoli lame. Un mix di elementi religiosi e scientifici, che spiazzano, come l’altarino con la croce in cui sono incastonate le pillole ‘salvifiche’, quelle che la popolazione occidentale trangugia quotidianamente. Attira l’attenzione il pannello con le statistiche del numero di testate nucleari possedute dai vari paesi del mondo, a ciascuno dei quali corrisponde un nome di santo: guerra santa? Nel nome della religione? Si può vedere anche così; di certo è tragironico il titolo The last supper (l’ultima cena). Stranianti e fuori contesto possono apparire i tre pannelli di cielo con i voli di farfalle, ma a guardare bene si vedono degli spilli mimetizzati nell’azzurro, come un presagio di pericolo nell’apparente tranquillità del contesto, una rappresentazione della caducità della vita; sono come tre pale d’altare, con vaste cornici dorate, e sono state precedentemente allestite nella cappella di una chiesa protestante; al centro della stanza, a ribadire la dialettica, tanto per cambiare si trova un teschietto. Il personale dell’esposizione è gentile e preparato, il numero dei visitatori è molto basso, e la mostra è visitabile con la giusta tranquillità. P.s. la mostra è gratuita! Al Guggenheim è tutta un’altra storia. Folle di turisti stipano le sale di solito riservate alla collezione permanente, che (per l’occasione?!) è stata spostata nell’altra ala dell’edificio per far spazio a questa mostra. Un confronto tra Joseph Beuys e Matthew Barney, tendente a trovare similitudini tra i due artisti, che appartengono a due generazioni diverse. L’uso simbolico dei materiali, la performance, lo stile grafico, sono caratteristiche comuni e le loro poetiche sono sicuramente di rilievo, significative. Documentare le performance fa sì che si perda l’hic et nunc, ma il punto, nei filmati proposti, è che i piccoli televisori installati non sono efficaci nel catturare il pubblico; sarebbe stato molto più coinvolto con delle proiezioni più grandi alle pareti, magari con meno luce e senza la splendida vista sul Canal Grande che si gode dall’interno dell’edificio. Questione di spazi e forse di esigenze tecniche. I pannelli esplicativi sono in realtà dei piccoli cartellini bilingue (italiano e inglese), quasi invisibili e che offrono poche e confuse informazioni; l’audioguida costa un prezzo non indifferente, che si va ad aggiungere all’altrettanto non indifferente prezzo del biglietto d’ingresso. La documentazione tramite gli oggetti fisici delle performance non è di certo entusiasmante, soprattutto quando si tratta di dispositivi meccanici dislocati sui pavimenti delle sale, o di pezzi più piccoli posizionati in bacheca. Ci si consola con la visita alle collezioni permanenti, dove è possibile vedere un paio di Picasso (degli anni ’10!), un paesaggio di Kandinsky del ’13, Oceano di Mondrian (del 1915), importanti tele futuriste (nella collezione Mattioli), e inoltre Dalì, Ernst, Mirò, De Chirico, Pollock e molti altri protagonisti dell’arte novecentesca. "All in the present must be transformed: Matthew Barney and Joseph Beuys" Venezia - dal 4 giugno al 2 settembre 2007 COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM "Damien Hirst - New Religion" dal 7 giugno alL’8 settembre 2007 Palazzo Pesaro Papafava, Cannaregio 3764 – Venezia - Zona Ca’ D’oro
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