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"Non bussare alla mia porta" di Wim WendersLa famiglia perduta di una stella solitariadi Giacomo Sebastiano Pistolato Howard Spence (Sam Shepard), stella in declino del cinema western, ha raggiunto il limite di una vita di eccessi, egoismo e superficialità. L’ultima bottiglia di J&B, l’ultima striscia di coca e le ultime bionde da marciapiede hanno lasciato un sapore troppo amaro per un uomo di mezza età sul set dell’ennesimo film di serie B. Così, il cowboy “come Jesse James” decide di mollare tutto, fuggire dalla mediocrità in cui si era adagiato e tornare alle origini, alla ricerca di qualcosa che in lui, con gli anni, è andato perduto.
Quando rivede la madre (Eva Marie Saint) dopo trent’anni, Howard scopre che una baldanzosa giovinezza ha lasciato alle sue spalle qualcosa in più di una fedina penale sporca e tante prime pagine di settimanali scandalistici: forse ha avuto un figlio da Doreen (Jessica Lange), una cameriera frequentata durante la lavorazione di uno dei suoi tanti film. Nuovo stimolo per la sua ormai prosciugata esistenza, confuso e disorientato, decide di tornare sui suoi passi e tentare di avvicinare il figlio. A vent’anni dal successo di “Paris, Texas”, Wenders riprende la collaborazione con Shepard – qui attore protagonista ed autore della sceneggiatura – in una pellicola malinconica sul significato della vita e sulle difficoltà di conoscere realmente se stessi. Le lande desolate della Monument Valley nello Utah, riprese con folgorante talento fotografico da Franz Lustig, le cittadine turistiche del gioco d’azzardo del Nevada e il piccolo e nascosto paesino di Butte nel Montana fanno da perfetto contrappunto al quel senso di smarrimento che per Howard rappresenta più di una crisi di mezza età. Se, infatti, il viaggio a ritroso nella memoria che il protagonista compie verso quelle terre che lo hanno eletto star del cinema ricostruisce un percorso interiore quanto mai frammentato e ricco di divagazioni, la ricerca di una gioventù ancora intrisa di sogni e prospettive, ma ormai perduta, è ciò che divora lentamente l’anima dell’attore viziato dal successo e corrotto dalle dipendenze. Ma se Wenders riesce a rendere convincente la caduta, silenziosa e struggente, di una stella solitaria, dal firmamento hollywoodiano alla polvere della realtà di tutti i giorni, il regista non riesce a sviscerare altrettanto sapientemente il difficile rapporto del protagonista con la paternità (rifiutata, disillusa e ricercata) e con i sentimenti più elementari alla base del suo tentativo di resurrezione, riscoperti grazie alla madre, a Doreen e al figlio. L’incontro con la famiglia che Howard non ha mai avuto né desiderato, ma che forse ora gli farebbe comodo, si risolve in una forse troppo banale contrapposizione di caratteri, memorie ed esperienze diverse che per forza di cose finiscono per completarsi vicendevolmente, cercando di occupare quei vuoti che la vita ha lasciato in ognuno di loro. Non è però una storia di rimorso ed espiazione, quella di “Non bussare alla mia porta”; è un racconto sul difficile tentativo di ricostruire la propria identità dall’interno, utilizzando le persone che fanno parte della propria vita come collante per tenere insieme i pezzi, e non come specchio delle proprie azioni e destinatarie dei propri sentimenti. Un film che parla di solitudine e contraddizioni in quell’America di periferia tanto amata dal regista tedesco. Titolo originale: Don’t come knocking Nazione: Germania Anno: 2005 Genere: Drammatico Durata: 122’ Regia: Wim Wenders Sito ufficiale: www.dontcomeknocking.com Cast: Sam Shepard, Jessica Lange, Tim Roth, Gabriel Mann, Sarah Polley, Fairuza Balk, Eva Marie Saint Produzione: Reverse Angle Distribuzione: Mikado Data di uscita: Cannes 2005 30 Settembre 2005
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