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"Nostradamus" dei Judas PriestUna metal-opera per riscrivere un vecchio mitodi Emanuele Rauco Sono praticamente il gruppo che ha inventato l’heavy metal classico (quello che i puristi definiscono New Wave Of British Heavy Metal), prima degli Iron Maiden e dei Black Sabbath, scrivendo non solo le caratteristiche musicali del genere, ma anche quelle visive e di tendenza, come il look di cuoio e borchie.
A più di trent’anni dal loro esordio, dopo un paio di avanti e indietro del cantante Rob Halford, il mitologico gruppo deve ora affrontare la prova più temibile, quella del tempo. E dopo il classico Angel of Retribution, i Priest tornano cercando di sbalordire il loro pubblico, con un doppio concept album incentrato sulla figura del celebra profeta francese. E dividono il pubblico e la critica. Per la prima volta al lavoro con questo tipo di lavoro, il gruppo racconta la storia, la vita, le controverse opere e il mondo mistico di Michel de Notredame, l’astrologo che scrisse sotto pseudonimo centinaia di profezie che in rime, che secondo alcuni studiosi avrebbero predetto decine di avvenimenti storici: a parte la discutibilità del soggetto e la somiglianza del progetto con quello del tastierista Nikolo Kotzev, i Priest sposano un impatto musicale più ampio, sontuoso, ridondante, intriso di tastiere e arrangiamenti sinfonici, cori e andature epiche vicine a quelle di Rhapsody o altri gruppi di metal sinfonico che cercano di sposarsi con le chitarre granitiche e i ritmi serrati tipici della band di K.K.Downing. L’apertura, dopo l’atmosferica intro Dawn of Creation, è praticamente già un inno del gruppo, Prophecy, dal riff aggressivo ma dai suoni cromati delle tastiere e con quel ritornello così esplicito da non poter non essere vincente, ci presentano una band in forma dietro gli strumenti, che però forse nel proseguire del disco non dà il massimo compositivamente: l’arrangiamento, le scelte musicali, l’impatto di testi quasi narrativi appesantiscono la vena tagliente del gruppo che, per creare atmosfera ricorre troppo spesso a brevi parti strumentali o tracce di raccordo che spezzano l’andamento. Senza contare che 23 tracce paiono troppe e che per brani validi e appassionanti come Revelations, Pestilence and Plague (dal ritornello in italiano), Persecution (che pare uscita da Painkiller) e Alone, ce ne sono altri che sembrano meri riempitivi, qualitativamente trascurabili e dal songwriting sciatto come War, Death (tentativo di plagiare i Black Sabbath), Lost Love o Exiled. Il troppo storpia, è risaputo, è la mancanza di selezione, o di oculatezza nella scelta del progetto potrebbe aver tradito gruppo che però, se da una parte vedrà arricciare il naso dei fans della prima ora dall’altra si godrà l’apprezzamento di un pubblico che saprà godere il variegato lavoro di Downing e Glenn Tipton alle chitarre, la maestosa produzione del duo di chitarristi e l’impegno – seppur non sempre pagato con il successo – di un Rob Halford un po’ arrugginito che torna a esibirsi nel suo amato screaming. Così come il pubblico e la critica, anche noi siamo divisi a proposito di un lavoro che forse sembra uscire dalle corde e dalla sensibilità della band, ma che segna in modo impeccabile non solo la voglia del complesso di non cadere mai, ma anche un’indubbia capacità di cambiare faccia. Seppure perdendo qualcosa in bellezza.
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