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"ODISSEA" DI CÉSAR BRIE E TEATRO DE LOS ANDESCome una specie di sorrisodi Marianna Sassano
Penzolano i 110 bambù della scenografia dal soffitto, le luci sul palco sono spente, rimangono accese solo quelle della sala. Il brusio fra il primo e il secondo atto di Odissea è fatto di primi commenti, gente in piedi, crocchi di chiacchiere. Ci siamo distratti: dentro allo spettacolo ancora, ma, per quindici minuti, quasi fuori. Eppure, sul palcoscenico del Teatro Toniolo di Mestre, qualcosa continua ad accadere: nella penombra, vagamente ignorato, César Brie lava il pavimento.
La sincerità di un lavoro passa anche attraverso questi particolari. Così come passano l’onestà intellettuale, la fusione indeterminata, al di là dei ruoli, con ciò che si sta facendo. Il che è elemento programmatico del Teatro de Los Andes, fa parte della sua stessa storia di comunità teatrale che vive e lavora insieme, a Sucre, in Bolivia. Dunque non dovrebbe stupire: eppure, avere davanti agli occhi l’immagine di uno dei maestri della scena mondiale armato di straccio e secchio, è di una potenza politica e ideologica singolare. César Brie che lava il pavimento non è diverso dal César Brie che scrive il testo di Odissea. O dal César Brie che monta lo spettacolo in due anni di dedizione, di confronto con il gruppo (Lucas Achirico, Gonzalo Callejas, Mia Fabbri, Alice Guimaraes, Karen May Lisondra, Paola Oña, Ulises Palacio, Julián Ramacciotti, Viola Vento), di certosina composizione di mito, storie e fatiche personali, riflessione politica, cronaca quotidiana. Odissea non porta su di sé la “semplice” istanza del racconto; è piuttosto l’urgenza della testimonianza, che si sporca le mani, le affonda nella materia e nel dolore, e diventa necessità. La necessità di dire qualcosa non tanto di sé, quanto piuttosto del mondo. Ulisse (Gonzalo Callejas, autore anche della scenografia) entra ed esce dal mito omerico e si trasforma in uno dei milioni di migranti che cercano di attraversare la frontiera con il Messico per entrare negli Stati Uniti. Ulisse perpetua il tema sempre aperto - per Brie - dell’esilio e della lontananza da casa: quale sentimento ci si aspetta da un migrante? La nostalgia, che diventa canto delle sirene, tentazione, catena dell’anima? La rabbia dell’insoddisfazione, che imbruttisce e imbarbarisce e porta a delinquere, a stuprare le vacche del sole? La ricerca di se stessi, che spinge a dimenticare chi si è lasciato indietro, perfino un figlio, Telemaco, che disperato corre il mondo per un padre da rivendicare? O ancora: la paura delle minacce, della diversità, l’incapacità di affrontare un Polifemo tamarro e pericoloso che spara a vista sui disgraziati che vagano nel deserto (esistono: sono i minuteman)? O piuttosto la totale ignoranza del proprio futuro, in mano a divinità/destini capricciosi tu-si-tu-no-tu-forse vestiti di brillocchi e di risate insopportabili? Odissea porta su di sé il mito e l’epica e poi fa salire a bordo il modo contemporaneo dei migranti, dei papponi, del consumismo, della disperazione. Un lavoro complesso e immediatamente penetrante, potente nelle immagini e nelle evocazioni. Risalta l’uso pungente che viene fatto dell’ironia (che delude solo nelle battute in dialetto veneto: se l‘intento era quello di avvicinare ancora di più il pubblico, l‘espediente è stato superfluo), che pervade tutte le due ore e mezza di messa in scena (probabilmente accorciabili per stessa dichiarazione del regista), ma che non sfocia mai in una risata piena: ai primi singulti, la voce si spezza, e ritorna indietro. Non c’è nulla da ridere, la massima concessione è un sogghigno: questa Odissea è una fotografia atroce e spietata. Molta è la rabbia; affinata, distillata, decantata, ma tenuta viva: la rabbia di una condizione umana e sociale di cui si prende dolorosamente atto. Mille gli espedienti affascinanti della resa scenica: innanzitutto i bambù a penzolare dal soffitto, con una scenografia complicatissima di binari rotanti per creare sempre nuovi spazi; la metonimia sempre efficace, per cui una bacinella è il mare, e una stoffa diventa laccio e frusta e catena impossibile da spezzare; o ancora gli elementi che arrivano dal teatro di strada, come i trampoli, o gli strumenti suonati dal vivo - fisarmonica, chitarra -; ma magnetiche sono anche le coreografie sempre in tensione, piene di energia, e spesso spiazzanti (l’amplesso di Ulisse e Calipso diventa ad esempio una lotta senza fiato); e poi l’uso dello stereotipo amplificato, estremizzato, ridicolizzato: per cui i porci di Circe si ingolfano di coca e hamburger fino al vomito. Il respiro, l’intelligenza, la suggestione, l’emozione e il coraggio di questa Odissea, portata a Mestre dalla Fondazione di Venezia all’interno del progetto Giovani a Teatro, sono rarità preziose del panorama teatrale: da conservare nella memoria e, soprattutto, nelle programmazioni dei cartelloni. Costumi Giancarlo Gentilucci, Teatro de los Andes - Scenografia Gonzalo Callejas - Musica Pablo Brie - Direzione musicale Lucas Achirico - Organizzazione Giampaolo Nalli, Marina Chávez Prudencio - Aiuto regia Daniel Aguirre, Alice Guimaraes - Testo, regia, luci César Brie - Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Fondazione Pontedera Teatro, Armunia Festival - Castiglioncello Personaggi e interpreti: Lucas Achirico (Nestore, Antinoo, Alcinoo, Tiresia, Laertes, Argos, Femio, migrante) - Gonzalo Callejas (Ulisse, Procio, Menelao, migrante) - Mia Fabbri (Penelope, Ermione, Coppiera, migrante, funzionaria, vacca) - Alice Guimaraes (Atenea, Elena, Circe, migrante) - Karen May Lisondra (Calipso, Schiava, Procio, Anticlea, migrante, funzionaria, vacca) - Paola Oña (Afrodita, Schiava, Euriclea, troyana, migrante, anima, funzionaria, vacca) - Ulises Palacio (Zeus, Eurimaco, Polifemo, fidanzato, marinaio, anima, migrante) - Julián Ramacciotti (Telémaco, marinaio, anima, migrante) - Viola Vento (Nausicaa, Melanto, troyana, migrante, anima, funzionaria, vacca) foto © Tommaso Saccarola
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