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"Obzen" dei MeshuggahTrame, intrichi e complicatezze, ma si rischia di rimanere al palodi Emanuele Rauco Nel complesso, ipertrofico, e impossibile mondo del death metal, i Meshuggah sono riusciti a farsi un nome, grazie a scelte stilistiche difficili da ritrovare nel magma sonico e rumoristico del genere: complicati giochi armonici, incastri ritmici da brivido, uso ardito e quasi progressivo delle chitarre, consolidato da un impatto notevole, ma variopinto, e da una voce growl carismatica.
Giunti al sesto album in studio, i Meshuggah sembrano quasi essere al di fuori del giro, e si possono permettere il lusso di espandere il loro circuito anche fuori dai meccanismi classici del rock estremo e arrivare agli amanti della tecnica. Ma sembrano essersi fermati, e la difficoltà tecnica sembra girare un po’ a vuoto. La strumentazione e l’approccio musicale sono quelli che hanno reso famosa la band, fatta di suoni saturi e muri sonori, con le chitarre compressissime a rincorrersi senza tregue, macinando riff e fraseggi sempre più “architettonici”, le ritmiche a scandire tempi dispari, che si aprono ad assalti frontali o, viceversa, a parte cadenzate, le armonie taglienti a sorreggere una voce disperata, anche se stavolta meno varia e interessante degli altri album. Proprio qui sta il problema dell’album, nella mancanza d’ispirazione e inventiva, nell’aver limitato – per motivi vari – la gamma espressiva dell’album in favore di formule consolidate, ma che mostrano un po’ la corda. Si comincia con l’assalto frontale di Combustion, che alterna folgori a velocità elevata a sprazzi di ritmiche pesanti e fonde, in cui il suono modernissimo delle chitarre riporta alla mente gruppi come In Flames, o ancora più in la con Bleed, dalla fattura ritmica tesissima e complessa che ricorda i Fear Factory, per passare poi a Letargica, che invece sonda terreni più psichedelici con le chitarre a costruire tappeti sonori in cui il silenzio rompe la compattezza sonora, che verrà ripresa nella conclusiva Dancers to a discordant system; brani più piatti non mancano, come l’omonima ObZen – che sarebbe anche il fondamento concettuale dell’album, sulla contraddizione tra ricchezza e prediche new age – o Electric red, tutta in ripetitivi accordi minori, o Pineal Gaìland Optics, brano dall’andamento e dai suoni più futili e “leggeri”, che si salva solo per un interessante assolo. Anche dal punto di vista delle prestazioni della band, la tecnica non diventa spesso stile o espressione, e anche il preferire gli unisono o le composizioni di gruppo, rispetto a sbocchi individuali, rischia di stancare, e di limitare le potenzialità di strumentisti come Fredrik Throdendal alla chitarra solista, o Dick Lovgren al basso. Forse ripiegato su se stesso, e di sicuro meno incisivo, un album nel complesso sufficiente e ben realizzato, che però non dovrebbe accontetntare i ffan dell’estremo ne quelli della tecnica. Come restasse a metà del guado.
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