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"PAOLO BORSELLINO ESSENDO STATO" DI RUGGERO CAPPUCCIOLa ricostruzione psicologica di un eroe modernodi Manuela Cesarani Una tragedia moderna ed una antica vanno in scena contemporaneamente sullo stesso palco: la vicenda di Paolo Borsellino, emblema della giustizia e della fedeltà allo stato, si alterna a quella di Antigone, paladina delle leggi non scritte, quelle dettate dalla coscienza, dall’amore e dal sentimento religioso.
Il 19 luglio 1992, alle ore 16.58, in via D’Amelio a Palermo un attentato pone fine alla vita del giudice Paolo Borsellino e dei cinque agenti della sua scorta. E’ questo il punto di partenza che Ruggero Cappuccio sceglie per dare vita al suo spettacolo: esattamente quel secondo che separa la vita dalla morte. Si dice che nel momento prima di morire tutta la vita ci passi davanti agli occhi: forse succede davvero così, il nostro cervello rallenta la percezione del tempo e ci consente di ricordare e ricostruire i momenti più importanti della nostra esistenza. Cappuccio immagina di poter fissare l’istante immediatamente precedente allo scoppio della bomba e di dilatarlo indefinitamente, fino a farlo diventare un contenitore di riflessioni, memorie e dubbi di un uomo che sta per affrontare consapevolmente ed eroicamente la morte. A Massimo De Francovich è affidata l’interpretazione di un Borsellino credibile e dignitoso, che non cede mai il passo ad una facile retorica né alla celebrazione. Il tono non è quello della denuncia né dell’inchiesta giornalistica, ma il lavoro che si compie sul personaggio è principalmente psicologico. L’intento è infatti quello di tratteggiare la personalità di un eroe moderno, di un uomo che combatte omicidi, stragi e illegalità con la sola arma della giustizia, capace di sacrificare se stesso e i suoi affetti in nome della sua lealtà intellettuale. Anche la scena che contiene maggiori riferimenti a fatti accaduti, quando cioè il protagonista immagina di incontrare, nel Palazzo di Giustizia di Palermo, una lunga serie di vittime della mafia, serve comunque a delineare il carattere del giudice, la sua umanità, l’integrità delle sue scelte. Perfino la resa scenica di Borsellino è fortemente somigliante al vero e ricalca l’immagine che ci è stata tramandata nelle sue ultime fotografie: con un completo beige di lino, la giacca appoggiata su una spalla e la sigaretta sempre accesa. I monologhi del protagonista, che spesso dubita di essere ancora vivo ma pure di essere già morto, sono intervallati da scene abitate da sole donne, cinque Antigoni moderne che parlano in siciliano arcaico, simbolo della Sicilia, ma anche della bellezza e degli affetti familiari costretti a piangere un morto senza poterne seppellire il corpo. Nelle ultime parole del protagonista si rivela il significato di tutta la rappresentazione: «Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non piace per poterlo cambiare». Viene così svelato il senso di una vita, il senso della missione terrena di Paolo Borsellino, essendo stato ed essendo Stato. PAOLO BORSELLINO ESSENDO STATO scritto e diretto da Ruggero Cappuccio con Massimo De Francovich, Francesca Caratozzolo, Connie Bismuto, Paola Greco, Silvia Santagata, Ada Totaro musiche Marco Betta scene Carlo Rescigno costumi Salvatore Salzano progetto immagini Ciro Pellegrino luci Michele Vittoriano
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